Auguste Comte: la legge dei tre stadi

Buon pomeriggio!

Oggi parleremo di uno dei maggiori esponenti del Positivismo, una corrente filosofica e culturale che sorse nella prima metà dell’800 in Francia. Mi riferisco ad Auguste Comte.

Il suo positivismo fu molto criticato poiché ritenuto sostanzialmente una metafisica della scienza. Dunque vi era una concezione positiva della scienza e del progresso. Di fatti, il filosofo sosteneva che la strada dell’umanità fosse in continuo progresso e che la scienza avesse il compito di far progredire la società. Tutto ciò era legato alla teoria dell’evoluzionismo di Darwin.

In tale contesto, Comte distingueva pertanto una legge che si suddivideva in tre stadi principali: lo stadio teologico (o fittizio), lo stadio metafisico (o astratto) e lo stadio positivo (o scientifico). Nel primo gli individui costruiscono la cultura della loro società mediante l’oggetivazione di Dio; la società ha bisogno di credere in qualcosa senza la razionalità, bensì con l’immaginazione. Nel secondo la ragione inizia ad identificarsi con la realtà ma si tratta di una ragione speculativa, in quanto fa ancora riferimento alla teoria e non alla pratica. Infine, nel terzo stadio, vi è un’esaltazione della scienza ma senza sperimentarla davvero.

In tal periodo nacque poi la sociologia e il discorso di Comte fu utile nella riflessione letteraria e nell’analisi della società appunto.

Ma siamo sicuri che il progresso sia stato qualcosa di positivo da ogni punto di vista?

Un abbraccio a tutti! 🙂

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“Imagine living here in Sicily”

Buongiorno!

Oggi voglio dedicare la parentesi artistica alla mia amata Sicilia e in particolar modo ad un progetto avviato da un imprenditore italiano che vive in Inghilterra che consiste nel promuovere e far conoscere questa splendida regione che merita tanta attenzione e occhi che la osservino.

Questo imprenditore ha mandato un bravo regista per tre mesi in Sicilia ad effettuare delle riprese di ciascun posto che poi hanno unito per creare un video di presentazione della regione che io trovo a dir poco splendido intitolato “Imagine living here in Sicily”; esso è diventato virale, girando su ogni social (soprattutto Facebook) e totalizzando milioni di visualizzazioni. Del resto non si può restare indifferenti dinanzi a tanta bellezza. Ogni volta che lo vedo mi viene la pelle d’oca poiché ne resto ammaliata e perché trovo che la musica scelta sia favolosa e appropriata.

La Sicilia viene spesso sottovalutata quando invece è ricchissima e potrebbe donare veramente tanto. Vi accorgerete anche della spontaneità della gente non appena vedrete il filmato.

Adesso vi metterò il video ma ci tengo a dirvi che per ulteriori informazioni, per chi non avesse mai visitato la Sicilia, basta andare sul loro sito http://www.sicily.co.uk al cui interno troverete anche una mappa di ogni posto che include luoghi da visitare e perfino luoghi in cui mangiare! Ecco qui il video:

Penso non occorra dire altro se non che la Sicilia è arte nella sua interezza. Vediamo cosa ne pensate.

Un abbraccio e buona domenica a tutti! 🙂

Faro

“Le luci dei lampioni si fanno strada sul tuo volto;
Seduti su una panchina, occhi negli occhi;
Il mio riflesso nella tua anima, il silenzio ci avvolge;
Tante onde burrascose ci hanno sommersi ma siamo ancora io e te, qui e ora;
Una carezza per dirti che nulla è perduto, un bacio per dirti che abbiamo ancora molto da fare;
Restiamo per sempre su questa panchina, che ne dici?
Cuore nel cuore, mani nelle mani;
Sei la riva su cui voglio sempre approdare;
Tendo la mia mano per sostenerti, non potrai mai cadere;
Faro della mia vita, custode dei miei sentimenti, limpido oceano”.

Giulia

William Shakespeare, Sonetto 18

Buonasera!

Oggi ci concentreremo su uno dei sonetti più belli e più famosi di William Shakespare, ossia il sonetto numero 18 dedicato alla figura del “fair youth”, cioè “bel giovane” nonostante la parola “youth” letteralmente significhi “giovinezza”.

I sonetti sono 154 e ciò fa riferimento all’unitarietà poiché il numero 154 è il prodotto di 11×14 e rappresenta metaforicamente il sonetto perfetto formato da 11 sillabe e quattordici versi. Ma andiamo al testo del sonetto numero 18:

“Shall I compare thee to a summer’s day?

Thou art more lovely and temperate:

Rough winds do shake the darling buds of May,

And summer’s lease hath all too short a date:

Sometime too hot the eye of heaven shines,

And often is his gold complexion dimmed;

And every fair from fair sometime declines,

By chance or nature’s changing course untrimmed.

But thy eternal summer shall not fade,

Nor lose possession of that fair thou ow’st;

Nor shall death brag thou wander’st in his shade,

When in eternal lines to time thou grow’st:

So long as men can breathe, or eyes can see,

So long lives this, and this gives life to thee”.

Traduzione:

Devo paragonarti a un giorno d’estate? Tu sei più incantevole e mite. Impetuosi venti scuotono le tenere gemme di maggio, e il corso dell’estate è fin troppo breve. Talvolta troppo caldo splende l’occhio del cielo e spesso il suo aureo volto è offuscato, e ogni bellezza col tempo perde il suo fulgore, sciupata dal caso o dal corso mutevole della natura. Ma la tua eterna estate non sfiorirà, nè perderai possesso della tua bellezza; nè morte si vanterà di coprirti con la sua ombra, poichè tu cresci nel tempo in versi eterni. Finchè uomini respirano e occhi vedono, vivranno questi miei versi, e daranno vita a te

Io lo trovo semplicemente sublime. Shakespeare ha saputo accostare delle figure inerenti alla natura che sono incantevoli. Paragona il giovane a un giorno d’estate, dunque un clima soleggiato, il cielo sereno e tutto ciò non può che mostrarci i tratti somatici di tale giovane che, molto probabilmente, avrà dei capelli biondi, degli occhi azzurri e una carnagione chiara. Insomma, il classico ideale di bellezza. E in effetti è vero: spesso immaginiamo un personaggio di una poesia con le stesse caratteristiche oppure possiamo pensare a come vengono dipinti i principi nei cartoni animati. Non c’è nulla da fare, è il modello per eccellenza e non perché gli uomini dai tratti somatici scuri siano meno belli; lo sono altrettanto ma il fatto è quell’ideale trasmette un senso di purezza fisico e spirituale, secondo il mio parere.

L’autore si era sicuramente invaghito di questo giovane provando un senso di ammirazione, di piacere solamente a osservarlo data la sua bellezza. Afferma che quest’ultima non sfiorirà mai, che sarà tale in eterno ma le parole più belle sono quelle che chiudono il sonetto, ovvero che finché vivranno gli uomini e finché vi saranno occhi, il giovane rivivrà sempre attraverso questi versi. E quindi, se ben riflettete, non cesserà mai di vivere e di brillare in quanto vi sarà sempre vita e dunque anche occhi per guardare e leggere questo sonetto.

Ogni volta che leggo questo componimento, mi emoziono poiché si percepisce il fatto che sia stato scritto con il cuore e con quanta accuratezza siano state scelte le immagini. Una delle cose più belle in grado di arrecare gioia è elogiare il proprio amato o la propria amata o semplicemente una persona per cui si prova molta stima e che ne è degna.

E voi cosa ne pensate?

Un bacio a tutti! 🙂

Il concetto di Kalokagathìa

Buongiorno!

Oggi ci soffermeremo su un concetto molto importante e caro agli antichi greci, ossia quello di kalokagathìa.

Innanzitutto, vediamo l’etimologia del termine: esso è una crasi del greco “kalòs kai agathòs”, cioè bello e buono. Ma cosa s’intende precisamente per bello e buono?

“Bronzi di Riace”

Intanto, nella Grecia arcaica la bellezza era riconosciuta come un valore assoluto donato dagli dèi all’uomo che molto spesso si associava alle gesta eroiche, specie quelle che caratterizzano l’Iliade e l’Odissea di Omero.

I greci sostenevano che i valori di bello e buono dovessero riferirsi alla sfera militare. Per cui un uomo bello avrà una eccellente prestanza e forma fisica (frutto di un allenamento e di un processo educativo che ha inizio nella pubertà) che gli consenta di fronteggiare i nemici e sarà buono in senso di valoroso in guerra. Ma siamo sicuri che ciò ebbe origine dai greci e più precisamente da Omero, il quale inserì questi ideali nei suoi celebri poemi? Ebbene, non è così.

Si pensa, difatti, che a introdurre questo concetto e questi valori siano stati i Sofisti ad Atene nel V secolo a.C. riferendosi, invece, alla sfera intellettuale, in particolar modo per quanto riguardava la carriera oratoria e politica. Dunque un uomo doveva essere bello e buono moralmente, doveva avere una certa sensibilità. Possiamo dire che si trattasse dell’ideale di uomo perfetto, il quale possedeva valori come la virtù e la giustizia. A tal proposito, Platone credeva che questo tipo di uomo si potesse riscontrare all’interno dell’iperuranio, mondo ideale in cui ogni elemento è perfetto e in totale armonia.

Ma non è finita perché non si cercò di adattare il concetto di kalokagathìa solamente all’uomo, bensì anche all’universo circostante, dunque a livello cosmologico. Per bello e buono, per perfezione s’intendeva in tal caso l’equilibrio tra i vari movimenti astronomici, tra i rapporti matematici (come avevano già studiato i pitagorici) e tra i corpi celesti, il tutto racchiuso nel termine greco di tèleios, ossia perfetto. Potremmo un po’ pensare a Copernico ma anche a Democrito, direi.

Credo che la kalokagathìa è uno dei concetti più belli dell’antica Grecia anche perché è il risultato di molti sacrifici e di una corretta educazione sia sul piano fisico che morale. E si sa che ciò che è frutto di sacrificio e dedizione, soddisfa maggiormente. Gli uomini greci affrontavano un percorso piuttosto duro e rigido ma direi che ne valesse la pena. Oggi, purtroppo, questo concetto è stato rovesciato e ad ogni modo non tutti gli uomini posseggono tali ideali e penso che ciò arrechi amarezza.

Un abbraccio e buona giornata a tutti! 🙂

Loving Vincent

Buongiorno!

Probabilmente guardando il titolo vi starete chiedendo cosa voglia dire. Ebbene, voglio parlarvi di un capolavoro che ho visto al cinema qualche sera fa, dedicato a Vincent Van Gogh. Loving Vincent è il titolo ed io l’ho amato davvero (anche se in realtà significa più “Con affetto, Vincent” dato che fa parte di una lettera). Ho sempre apprezzato questo artista ma vi assicuro che guardando questo lungometraggio, la mia ammirazione nei suoi confronti è cresciuta ulteriormente.

Questa è la locandina. Purtroppo, come avrete potuto leggere, è stato proiettato in via eccezionale solamente per tre giorni. Di fatti, non appena ho saputo che dovesse uscire ho controllato quasi tutti i giorni quando fosse possibile prenotare i biglietti online perché sapevo che sarebbero andati a ruba!

È qualcosa di nuovo perché, pensate, è un film interamente dipinto su tela. Circa 100 artisti, se non di più, hanno ridisegnato vari dipinti di Van Gogh per poi far loro prendere vita e per farlo hanno impiegato diversi anni. La cosa non mi stupisce e ne è valsa veramente la pena dal momento che il risultato è stato eccezionale.

La vicenda ruota intorno alla morte di Vincent e in particolar modo intorno ad una lettera da parte dello stesso per il fratello. Essa non è ancora stata consegnata al destinatario ed è un ragazzo che deve consegnarla. Grazie a ciò, quest’ultimo tenta di indagare sulla morte di Vincent, sulle ragioni per cui si fosse suicidato, parlando con varie persone che lo conoscevano. È molto toccante, anche perché appaiono delle lettere realmente scritte da Vincent e non solo. Da questo film non solo emerge la grandezza dell’artista ma anche la sua fragilità, la sua solitudine e la sua bontà. Era una persona piuttosto triste e tormentata a causa di alcuni eventi verificatisi in passato.

Questo lungometraggio mi ha suscitato emozione, commozione (alla fine stavo veramente per piangere) e fa un certo effetto vedere i dipinti più famosi di Van Gogh prendere vita; fra i tanti, “Notte stellata” ad esempio, e tanti altri.

L’unica pecca è proprio il fatto che è stato proiettato per pochissimo tempo quando invece, a mio parere, visto che si tratta di qualcosa di nuovo e splendido avrebbero dovuto proiettarlo per più giorni come accade per tutti i film al cinema; anche perché sarebbe stato un ottimo modo per riuscire a trasmettere l’arte e farla arrivare al cuore di ciascuno. Penso che questo film sia stato apprezzato tantissimo sia dalla critica sia da tutti coloro che sono andati a vederlo e credo anche (e spero con tutto il cuore) che in seguito al successo ottenuto, i creatori facciano altri film di questo tipo ispirati ad altri artisti. Un ottimo e valido modo di raffigurare l’arte perfino sul grande schermo. Se potessi, farei loro i complimenti personalmente.

Magari qualcuno di voi in quei giorni l’ha visto, lo spero vivamente. Intanto adesso vi lascio il trailer cosicché possiate comprendere di cosa sto parlando.

Un abbraccio a tutti! 🙂

Estratto di una lettera di Cesare Pavese

Buonasera!

Voglio condividere con voi un estratto di una lettera scritta da Cesare Pavese, contenuta all’interno del suo Epistolario pubblicato in due volumi nel 1966. Vi riporto l’immagine:

Pavese scrive questa lettera a Giuseppe Vaudagna, probabilmente un amico, e ci propone una riflessione. Egli prova paura per il suo destino e quello del mondo intorno a sé. È come se ciascun fattore esterno gli provocasse sofferenza, tanto da dire che non possono venir fuori delle pagine scritte, neppure brutte ma piuttosto nevrosi o funerali. Ciò che dice è di estrema importanza poiché ci fa comprendere che già allora si provava malessere e si aveva timore per ciò che riservasse il proprio futuro. Il pezzo finale, poi, è molto bello perché l’amico Giuseppe una volta aveva forse detto all’autore che tutto ciò che accade, anche le cose più terribili sono in realtà delle esperienze che plasmano il nostro essere, la nostra persona; ma Pavese è contrario, definisce queste esperienze degli incubi, delle coliche e dei pugni sulla testa. Personalmente, io percepisco una sorta di diffidenza da parte di Pavese nei confronti dell’intero mondo che lo circondava ma, naturalmente, posso anche sbagliarmi. Ma in fondo, tutto ciò è piuttosto veritiero, specialmente ai giorni nostri. Tutti noi abbiamo paura di ciò che può riservarci o meno il futuro e, perché no, anche dell’ambiente circostante. Proviamo diffidenza molto spesso. Io riesco a capire lo stato d’animo di Pavese in questa lettera e nonostante utilizzi dei termini semplici per esprimere la sua malinconia, sono parole che toccano molto. A me senz’altro. Leggo in tali righe paura per il domani, semplicemente. Quante volte ci capita di rimanere delusi? Quante volte, soprattutto oggi come oggi, diciamo “Chissà cosa ne sarà di me”?

Credo che con questa lettera Pavese cercasse consolazione e conforto da parte dell’amico. E ne approfitto per dire quanto erano belle le lettere: quando si scrivevano, quando si attendeva la lettera di risposta. Com’era bello sapere che qualcuno dall’altra parte del mondo o della città si mettesse seduto e cominciasse a scrivere con tanto interesse e in molti casi con tanto amore. Avevano un fascino incredibile. Adesso si prediligono mezzi di comunicazione più rapidi ma in realtà era quello il mezzo di comunicazione per eccellenza.

Buonanotte e un bacio a tutti! 🙂

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