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La Camera delle Meraviglie di Palermo

Salve a tutti!

Scusate se per ora non sono molto presente ma ho finalmente iniziato l’università e quindi tra lezioni e quant’altro, a volte non riesco a dedicarmi con costanza agli articoli.

Ma andiamo a noi: ciò di cui voglio parlarvi è un luogo che si trova nella mia città e che ho visitato due settimane fa. Voglio condividere con voi la storia e la bellezza di tale luogo che, a me personalmente, ha lasciato incantata. Alcuni di voi staranno probabilmente pensando a Harry Potter leggendo il titolo dell’articolo perché sembrerebbe molto stile “La camera dei segreti” del secondo volume e film della celebre saga! Ma non si tratta di questo, vi assicuro che c’è molto di più.

Dunque, cominciamo col dire che la Camera delle Meraviglie è situata all’interno di un appartamento abitato da una coppia sposata e il figlio, forse piccolo. Il proprietario ha detto che inizialmente, quando stava prendendo la casa, essa era in condizioni disastrose tanto da suscitare il pianto della madre! D’altronde, si tratta di una casa situata nel centro storico di Palermo, per cui è chiaro che le condizioni precedenti non fossero delle migliori. Quindi furono avviati da parte del proprietario dei lavori di restauro ed è proprio qui che sta l’elemento più interessante. Durante i lavori di restauro di questa Camera, di cui non si riusciva a vedere nulla, il restauratore rimosse l’intonaco accorgendosi che sotto di esso si nascondeva qualcosa. Naturalmente ciò destò curiosità tanto in lui quanto nei proprietari e in effetti man mano, scoprirono che sotto vi era qualcosa di una bellezza incredibile. Adesso vi allego delle foto per poi procedere con il discorso:

Potete notare voi stessi che si tratta di qualcosa di magico quasi e in effetti è vero! Si resta a bocca aperta dinanzi a questo spazio blu ma la prima cosa che salta all’occhio sono le scritte presenti lungo le pareti e, se farete attenzione (non so se dalle foto si riesce a vedere), vi renderete conto che esse sono tutte uguali. Il proprietario ha detto che si sono recati presso la Camera studiosi provenienti da diverse parti del mondo ovvero da Bonn, dalla Francia, dall’Inghilterra, eccetera. Questi cercarono di capire a quando risalisse tutto ciò e soprattutto quale fosse il valore e anche il significato delle scritte. Come vi dicevo prima, vi è veramente qualcosa di magico poiché gli studiosi pensarono che in precedenza in quel luogo si fossero verificati dei riti magici ma si scoprì in seguito, mediante accurate ricerche e analisi, che si trattava in realtà di un luogo destinato alla meditazione. E questo lo si evince dal fatto che le scritte si ripetono allo stesso modo e sono quindi una sorta di mantra, che è tra l’altro rivolto a Dio, per cui è di carattere prettamente spirituale. È ricorrente il numero sette (le righe delle scritte, tre porte a due “ante” e quella d’ingresso ad una sola “anta”) che nella Bibbia è simbolo di equilibrio, completezza, infinito ed è chiaramente un simbolo religioso molto importante. Ma non è finita. Sui bordi del soffitto vi sono delle lucerne con delle fiammelle e anche queste hanno una chiara valenza religiosa, spirituale. Inoltre, il soffitto è totalmente blu privo di disegni o scritte poiché gli studiosi credono che l’intera Camera vista dal basso verso l’alto rappresenti l’elevazione verso il cielo e il raggiungimento di Dio.

Perfino Vittorio Sgarbi visitò la stanza e l’intero appartamento rimanendone stupito e deliziato. Addirittura ha detto che lo stile liberty presente nelle altre stanze (ad esempio gli affreschi) sono di una raffinatezza che lui non aveva mai visto prima! Capirete che ci troviamo dinanzi a un tesoro, a un gioiello vero e proprio. Si pensa risalga alla prima dominazione araba ma comunque alcuni aspetti sono ancora da chiarire e gli studiosi stanno cercando di approfondire sempre più. La Camera deve ulteriormente essere ristrutturata.

Essa è situata, come affermavo, nel cuore del centro storico. Precisamente in via Porta di Castro, numero 239.

È possibile visitarla solo in determinati giorni ma ad ogni modo avviene spesso. Per accedervi bisogna pagare un biglietto che ha il costo di sette euro, ma ne vale veramente la pena poiché si respira aria di purezza e di pace, oltre a restarne ammaliati.

Personalmente, l’ho apprezzata tantissimo e ritengo sia un luogo da custodire bene e da “conservare” semplicemente come oggetto di mostra, di visione da parte della gente perché è talmente bella e profonda di significato che sarebbe un peccato adibirla ad una funzione qualunque, ad esempio un salotto o una camera in cui dormire.

Se vi capita di venire a Palermo, vi consiglio di passare a vederla perché non ve ne pentirete.

Buonanotte e un abbraccio! 🙂

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Pubblicato da su 17 ottobre 2017 in Senza categoria

 

Lungo un tunnel

“Lungo un tunnel l’oscurità
Mi avvolge;
Sono stanca, respiro a fatica ma
Proseguo il mio cammino;
Nessun punto di riferimento, nessuna luce;
Mi ritrovo da sola con il peso dei miei timori, con la malinconia nel cuore;
Nessun volto, nessuna voce;
Guardo dietro di me ma ciò che vedo è solamente buio;
Poggio le mani sulle pareti poiché sento che qualcosa mi sta lentamente risucchiando;
Giunta in fondo noto un bagliore, una fioca luce che nonostante tutto mi dà speranza;
La seguo ma non riesco a raggiungerla, si allontana sempre più da me;
Cado per terra stremata, l’aria inizia a venir meno ma un attimo dopo avverto un’incredibile leggerezza;
La leggerezza di una nuova brezza, di un nuovo respiro, di un nuovo spazio”.

Giulia

 
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Pubblicato da su 13 ottobre 2017 in Senza categoria

 

De brevitate vitae di Seneca

Buonasera!

Anche Seneca fu un grande filosofo, esponente della corrente filosofica dello Stoicismo. Ciò su cui voglio riflettere con voi è il “De brevitate vitae”, ottavo libro dei Dialoghi, una raccolta di opere filosofiche composta da dieci libri.

Nel “De brevitate vitae”, Seneca ci parla appunto, come dice il titolo stesso, della brevità della vita, della sua caducità. Si sofferma sul tempo e sul modo in cui il saggio, ossia il sapiens, dovrebbe impiegarlo. Spesso accade che gli uomini pensano più a quanto sia breve la vita e a riempirla di elementi futili anziché farne tesoro e trascorrerla nel miglior modo possibile. Spesso gli uomini cercano di inseguire o ottenere qualcosa che magari alla fine non esiste. Seneca invita a tal proposito tutti gli uomini, sia ricchi che poveri, a far un buon utilizzo della propria esistenza e di valutarne piuttosto non la quantità ma la qualità.

Personalmente, sono d’accordo. Quante volte succede di spendere il tempo ad arrabbiarsi con gli altri, a crogiolarsi in problemi che talvolta capita di ingigantire, a preoccuparsi troppo della gente ma soprattutto a pensare? Perché si sa che pensare troppo non è mai positivo. Con questo non voglio dire che non bisogna pensare ai propri problemi, ma quantomeno che siano problemi reali e affrontarli con coraggio. La vita va vissuta pienamente in ogni istante perché in fondo è quasi un battito di ciglia. Il “De brevitate vitae” è tra i miei dialoghi preferiti di Seneca poiché spiega esattamente qual è il problema di molti, ovvero dare la vita per scontata. Pensiamo a tutte quelle persone che non si curano della propria salute lasciando scorrere tutto quanto. Ciò accade perché per prima cosa non si ha abbastanza considerazione di se stessi e in secondo luogo dell’esistenza in sé, quando basterebbe davvero poco.

Per cui agiamo e viviamo di più, dando maggior valore alla nostra vita, e pensiamo meno. Può farci solo del bene.

Un abbraccio a tutti! 🙂

 
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Pubblicato da su 3 ottobre 2017 in Senza categoria

 

Giuditta decapita Oloferne e L’incredulità di San Tommaso di Caravaggio

Buongiorno!

In occasione del compleanno di Caravaggio che è stato ieri, voglio rendere omaggio a questo grande artista analizzando con voi due dei suoi quadri più famosi, ossia “Giuditta decapita Oloferne” e “L’incredulità di San Tommaso”.

“Giuditta decapita Oloferne” risale al 1599 circa, le sue dimensioni sono 145×195 centimetri, la tecnica utilizzata è olio su tela ed è ubicato presso la Galleria Nazionale di Palazzo Barberini a Roma.

Prima di descriverlo, cerchiamo di capire chi erano Giuditta e Oloferne. Caravaggio ha voluto ritrarre un momento in particolare che possiamo riscontrare nella Bibbia, nel “Libro di Giuditta”. Quest’ultima era una ricca vedova ebrea, la quale intendeva salvare il suo popolo dall’assedio del re Oloferne. Una notte, la donna si agghindò e si recò presso Oloferne in compagnia di una serva, fingendo di dover tradire la sua gente e dunque di consegnarla al re. Lui la invitò al suo banchetto e dopo essersi ubriacato, Giuditta aspettò il momento opportuno per ucciderlo e lo fece decapitandolo con due colpi di scimitarra. Successivamente pose la testa del nemico all’interno della cesta delle vivande. Poi tornò vittoriosa presso il suo popolo. Giuditta appare come la metafora della virtù e della devozione a Dio.

A quanto pare, il dipinto è stato commissionato a Caravaggio da Ottavio Costa a Roma. Si pensa ciò poiché nel corso del restauro avvenuto nel 1999 si potè notare sul retro della tela le iniziali “c.o.c” che furono tradotte come “collezione Ottavio Costa”. Inoltre, sono state viste anche delle incisioni sul braccio destro di Giuditta e vicino al tendaggio che il pittore aveva tracciato con il manico del pennello. Faceva ciò per fissare la posizione dei modelli nel momento in cui venivano ritratti durante la posa. La modella di Giuditta è probabilmente Fillide Melandroni, a quanto pare un’amica di Caravaggio. Come potete vedere, lo sfondo è scuro, buio a eccezione di un panneggio rosso che si trova dietro Oloferne. Quest’ultimo assume una smorfia di orrore e di paura, mentre Giuditta, a giudicare dalla sua espressione, sembra piuttosto decisa in ciò che sta facendo; la testa non si è ancora staccata dal busto e vi è un abbondante fiotto di sangue che sgorga dal collo dell’uomo. Abbiamo un contrasto di luci e ombre e anche il contrasto tra il bellissimo profilo di Giuditta e quello rugoso dell’anziana signora che assiste alla macabra scena. Grazie alla profondità psicologica di Giuditta, tale episodio è stato interpretato come metafora della virtù sul male, come rappresentazione della Chiesa (Giuditta) che vince sull’eresia o come ispirato da un fatto di cronaca nera verificatosi a Roma nel 1599, ovvero la decapitazione di una fanciulla di nome Beatrice Cenci, accusata di aver ucciso il padre.

“L’incredulità di San Tommaso” risale al 1600-1601, le dimensioni sono 107×146 centimetri, la tecnica utilizzata è anche qui olio su tela ed è ubicato presso la Bildergalerie di Potsdam, in Germania.

Grazie a varie fonti, si pensa che il quadro fu commissionato a Caravaggio dal banchiere Vincenzo Giustiniani e, difatti, il dipinto apparve poi nell’inventario della collezione Giustiniani. Il dipinto era stato impostato da Giustiniani sopra ad una porta cosicché chiunque entrasse potesse ammirarlo dal basso.

La scena del quadro è tratta dal vangelo di San Giovanni, secondo cui appunto Gesù, una volta risorto, era apparso agli apostoli in carne e ossa ma San Tommaso non era presente e quando gli fu riferito non vi credette. Affermò, difatti, che avrebbe creduto a ciò solamente se fosse riuscito a mettere un dito nella piaga del costato di Gesù. Dopo otto giorni, Cristo apparve nuovamente agli occhi degli apostoli, stavolta anche in presenza di San Tommaso, e disse a quest’ultimo: “Metti qui il tuo sito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!” (Gv. 20,19-31).

Caravaggio operò un’inquadratura di tre quarti in cui vi sono disposti i quattro personaggi su uno sfondo totalmente nero. Ciò permette all’osservatore di porre la sua attenzione al profilo di San Tommaso, mentre la luce illumina il costato, il profilo e la fronte di Gesù. Tra l’altro tale inquadratura permette anche di concentrare l’attenzione sull’atteggiamento e l’espressione dubbiosi di San Tommaso il quale pone la testa verso il basso e che viene rassicurato da Cristo che pone invece il capo verso l’alto. Vi è poi una disposizione a croce composta dalle quattro teste e una a triangolo composta dagli sguardi che consentono all’osservatore di immergersi ulteriormente nella scena a livello emotivo. A completare l’opera vi sono altri due elementi: l’intersecarsi di due assi principali, ovvero quello orizzontale formato dal braccio di Tommaso e dalle mani di Gesù e quello verticale che passa dalla testa dei due apostoli e prosegue su quella di Tommaso; un arco formato dalle schiene di Cristo e di San Tommaso. Il tutto viene messo in risalto da una luce proveniente da sinistra che indica la luce della rivelazione e illumina le fronti corrugate degli apostoli, le quali indicano il dubbio e lo stupore, e la carne viva di Gesù.

Insomma, possiamo dire che Caravaggio creò due opere di grande spessore artistico. Personalmente, tra i due, preferisco quest’ultimo dipinto, senza dubbio anche per la scena riprodotta ma in entrambi vedo degli elementi che li arricchiscono, ad esempio il gioco di luci e ombre che rende il tutto più chiaro e che ci pone a un contatto diretto con i personaggi che li ritraggono e con le vicende. Che dire, buon compleanno al grande Caravaggio anche se in ritardo di un giorno!

Un abbraccio a tutti! 🙂

 
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Pubblicato da su 30 settembre 2017 in Senza categoria

 

Il flusso di coscienza di Molly in “Ulysses” di James Joyce

Buonasera! Molti di voi avranno sicuramente letto o sentito parlare di “Ulysses” dello scrittore irlandese James Joyce, risalente al 1922. Il romanzo è diviso in diciotto capitoli ma ciò che più stupisce e affascina è il modo in cui è stato scritto, tanto che lo stesso Joyce ha affermato di aver avuto difficoltà nella stesura degli ultimi capitoli! Eh sì, perché a tratti risulta quasi “sconnesso” ed è stata proprio questa la bravura dell’autore. È riuscito a superare quelle “difficoltà” mentre lo scriveva tirando fuori un’opera bellissima. Ma vorrei concentrarmi con voi sul capitolo conclusivo che è molto suggestivo e particolare, a mio parere. Ecco il testo:

Sì perché prima non ha mai fatto una cosa del genere chiedere la colazione a letto con due uova / da quando eravamo all’albergo City Arms / quando faceva finta di star male con la voce da sofferente e faceva il pascià per rendersi interessante con Mrs Riordan vecchia befana e lui credeva d’essere nelle sue grazie e lei non ci lasciò un baiocco / tutte messe per sé e per l’anima sua spilorcia maledetta / aveva paura di tirar fuori quattro soldi per lo spirito da ardere / mi raccontava di tutti i suoi mali / aveva la mania di far sempre i soliti discorsi di politica e i terremoti e la fine del mondo / divertiamoci prima Dio ci scampi e liberi tutti / se tutte le donne fossero come lei a sputar fuoco contro i costumi da bagno e le scollature che nessuno avrebbe voluto vedere addosso a lei / si capisce dico che era pia / perché nessun uomo si è mai voltato a guardarla / spero di non diventar come lei / miracolo che non voleva ci si scoprisse la faccia ma certo era una donna colta / e quelle buggerate su Mr Riordan qua e Mr Riordan / io dico è stato felice di levarsela di torno / e il suo cane che mi odorava la pelliccia e cercava d’infilarmisi tra le sottane specialmente quando / eppure questo mi piace in lui così gentile con le vecchie e i camerieri e anche i poveri / non è orgoglioso di nulla proprio / ma non sempre / ma / se mai gli capita qualcosa di grave / è meglio che vadano all’ospedale dove tutto è pulito / ma / io dico mi ci vorrebbe un mese per cacciarglielo in testa / sì e poi ci sarebbe subito un’infermiera tra i piedi e lui ci metterebbe le radici finché non lo buttan fuori o una monaca forse / come quella di quella fotografia schifosa che ha / che è una monaca come lo sono io / sì perché sono casi deboli e piagnucolosi / quando son malati / ci vuole una donna per farli guarire / se gli sanguina il naso / c’è da credere che sia un dramma in piena regola e quell’aria da moribondo /scendendo dalla circolare sud / quando s’era slogata una caviglia alla festa della corale di Monte pan di zucchero /il giorno che avevo quel vestito Mss Stack gli portò i fiori /i peggio che aveva trovato appassiti in fondo al paniere /cosa non avrebbe fatto per entrare in camera di un uomo con quella voce da zitella cercava di immaginarsi che stesse morendo per amor suo / non più mai rivederti /benché avesse l’aria più da uomo con la barba un po’ lunga / a letto papà era lo stesso e poi non mi andava di fasciarlo e dargli pozioni / quando si tagliò il dito del piede col rasoio a spuntarsi i calli / paura d’un avvelenamento del sangue / ma se fossi io per esempio ad ammalarmi / allora vorrei vedere un po’ solo che la donna lo nasconde / si capisce / per non dare tante seccature come loro / sì ha fatto qualcosa in qualche posto / me ne accorgo dall’appetito / comunque non è amore / sennò non mangerebbe per pensare a lei / così o è stata una di quelle nottambule / se è davvero laggiù che è stato / e quella storia dell’albergo / ha inventato un sacco di bugie per nascondere i suoi maneggi / è statoHynes a trattenermi / chi ho incontrato / ah sì ho incontrato / te lo ricordi Menton / e chi altri / guardiamo un po’ / quella faccia da bambinone l’ho visto e lui che non era sposato da molto a fare il pollo con una ragazzina alMyriorama di Poole / e gli ho voltato le spalle / quando lui se la svignava con l’aria colpevole / poco male / ma ha avuto la faccia tosta di farmi la corte / una volta ben gli sta / bocca irresistibile e occhi sporgenti / di tutti gli imbecilli che ho trovato e lo chiaman procuratore / c’è che io non posso soffrire i battibecchi a letto / o se non è questo magari qualche puttanella o roba simile raccattata vattelapesca dove o pescata di nascosto / se lo conoscessero come lo conosco io [… ]eravamo stesi tra i rododendri sul promontorio di Howthcon quel suo vestito di tweedl grigio e la paglietta / il giorno che gli feci fare la dichiarazione / sì prima gli passai in bocca quel pezzetto di biscotti all’anice / e era un anno bisestile come ora sì 16 anni fa / Dio mio dopo quel bacio così lungo non avevo più fiato / sì disse che ero un fior di montagna / sì siamo tutti fiori / allora un corpo di donna / sì è stata una delle poche cose giuste che ha detto in vita sua / e il sole splende per te oggi / sì perciò mi piacque / sì perché vidi che capiva o almeno sentiva cos’è una donna / e io sapevo che me lo sarei rigirato come volevo / e gli detti quanto più piacere potevo per portarlo a quel punto / finché non mi chiese di dir di sì / e io dapprincipio non volevo rispondere /guardavo solo in giro il cielo e il mare / pensavo a tante cose che lui non sapeva / di Mulveyl e Mr Stanhope eHester e papà e il vecchio capitano Groves / e i marinai che giocavano al piattello e alla cavallina come dicevan loro sul molo / e la sentinella davanti alla casa del governatore con quella cosa attorno all’elmetto bianco /povero diavolo mezzo arrostito / e le ragazze spagnole che ridevano nei loro scialli / e quei pettini alti / e le aste la mattina i Greci e gli ebrei e gli Arabi e il diavolo chi sa altro da tutte le parti d’Europa / e Duke street e il mercato del pollame / un gran pigolio davanti a Larby Sharonl / e i poveri ciuchini che inciampavano mezzi addormentati / e gli uomini avvolti nei loro mantelli / addormentati all’ombra sugli scalini / e le grandi ruote dei carri dei tori /e il vecchio castello vecchio di mill’anni / sì e quei bei Mori tutti in bianco / e turbanti come re / che ti chiedevano di metterti a sedere in quei loro buchi di botteghe / e Ronda con le vecchie finestre delle posadas /fulgidi occhi celava l’inferriata / perché il suo amante baciasse le sbarre / e le gargotte mezzo aperte la notte /e le nacchere / e la notte che perdemmo il battello ad Algesiras / il sereno che faceva il suo giro con la sua lampada / e Oh quel pauroso torrente laggiù in fondo / Oh e il mare / il mare qualche volta cremisi come il fuoco / e gli splendidi tramonti / e i fichi nei giardini dell’Alameda / e tutte quelle stradine curiose / e le case rosa e azzurre e gialle / e i roseti e i gelsomini e i geranii e i cactus / e Gibilterra da ragazza dov’ero un Fior di montagna / sì quando mi misi la rosa nei capelli / come facevano le ragazze andaluse / o ne porterò una rossa / / e come mi baciò sotto il muro moresco / e io pensavo be’ lui ne vale un altro / e poi gli chiesi con gli occhi di chiedere ancora / sì allora mi chiese se io volevo / sì dire di sì / mio fior di montagna / e per prima cosa gli misi le braccia intorno / sì e me lo tirai addosso / in modo che mi potesse sentire il petto tutto profumato / sì e il suo cuore batteva come impazzito / e sì dissi / sì voglio / sì.”

Questo è un flusso di coscienza. Facciamo una distinzione fondamentale tra flusso di coscienza e monologo interiore: il flusso di coscienza (in inglese “stream of consciousness”) sono i pensieri disordinati che si affollano nella nostra mente, mentre il monologo interiore è qualcosa di più ordinato, ogni singolo pensiero ha un inizio e una fine. Qui a “parlare” è Molly Bloom, la moglie del protagonista, Leopold Bloom. Riflette su diversi eventi che hanno avuto luogo nel corso della sua vita e cos’è la prima cosa che salta all’occhio? Il fatto che il tutto è privo di punteggiatura e che i pensieri sono totalmente scollegati fra loro, da un pensiero si passa a un altro. Joyce è riuscito perfettamente a riprodurre il flusso di coscienza. Una tecnica eccezionale. Adesso possiamo comprendere le difficoltà di cui parlava l’autore per quanto riguarda la scrittura degli ultimi capitoli. Tra l’altro, possiamo riscontrare il flusso di coscienza anche nel terzo capitolo del romanzo. Ma credo che quest’ultimo capitolo sia più bello e anche dolce poiché verso le ultime righe Molly ripensa a quando Leopold le fece la proposta di matrimonio e possiamo notare quanto sia ricorrente la parola “sì” perfino laddove non avrebbe alcun senso. Favolosa la frase finale in cui afferma “sì voglio sì”. La trovo veramente tenera. Questo flusso di coscienza mi ha colpito subito, fin dal primo istante in cui l’ho letto sul mio libro di inglese al liceo. E voi cosa ne pensate?

Un bacio a tutti! 🙂

 
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Pubblicato da su 29 settembre 2017 in Senza categoria

 

La tragedia secondo Aristotele

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Buonasera!

Voglio parlarvi di un argomento molto bello, ossia la tragedia e nello specifico vedere cosa Aristotele pensasse a riguardo. Il pensiero del filosofo in merito alla tragedia possiamo riscontrarlo ne “La poetica”, un’opera appartenente agli scritti della maturità e alle scienze poietiche che si occupano delle arti belle. In origine erano due libri ma purtroppo ci è pervenuta solo la prima parte e, tra l’altro, è andata perduta la parte in cui si concentra sulla commedia. L’argomento centrale è l’arte (imitazione della realtà), il quale è un modo per conoscere la realtà. Secondo Aristotele, la tragedia è la più alta forma d’arte con cui si rappresentano le passioni.

Egli per definire la tragedia disse testuali parole: “Tragedia è dunque imitazione seria e compiuta, avente una propria grandezza, con parola ornata, distintamente per ciascun elemento delle sue parti, di persone che agiscono e non tramite una narrazione, la quale per mezzo di pietà e paura porta a compimento la depurazione di siffatte emozioni”.

Il realizzarsi di una tragedia, che per Aristotele raggiunge la piena maturità con Eschilo, coincide con il realizzarsi della forma più completa e più potente di poesia (tragedia attica del II secolo). Dalla definizione si ricavano le sei parti di essa, ossia: il carattere, il pensiero e il racconto. Il filosofo intende per carattere ciò secondo cui affermiamo che chi agisce ha una sua qualità, per pensiero tutto ciò con cui parlando si dimostra qualcosa o si esprime un giudizio, per racconto la composizione dei fatti. Inoltre definisce anche il linguaggio che corrisponderebbe secondo lui alla composizione dei versi. Ad ogni modo, rimane sempre il racconto la parte più importante.

La tragedia deve possedere tre unità per manifestare l’ordine e l’armonia e dunque la bellezza del racconto. Tali unità sono:

  1. Unità di tempo (deve svolgersi in un solo giorno);
  2. Unità di luogo (deve verificarsi presso un solo luogo);
  3. Unità di visione (deve avere un unico tema).

Per Aristotele i personaggi agiscono sulla scena e non narrano, dev’essere l’azione a dire tutto ciò che serve (deve suscitare pietà e orrore); l’azione deve essere equilibrata per quantità (nè troppo lunga nè troppo corta). I personaggi, inoltre, non sono individui ma simboli che rappresentano qualità, passioni, aspetti dell’esistenza, eccetera.

La tragedia non riguarda vicende che sono accadute ma che possono accadere; gli spettatori vi si possono identificare, trascendere in essa degli insegnamenti morali. Essa suscita timore e pietà nello spettatore e nel lettore: timore per ciò che gli potrebbe succedere e pietà per colui a cui è accaduto qualcosa di terribile. Il protagonista soccombe non perchè è malvagio ma perchè non ha una chiara conoscenza delle conseguenze del proprio agire in relazione a quello degli altri uomini.

I personaggi sono persone comuni che vengono coinvolti in una vicenda di lacerazione e di sofferenze irrisolvibili, a causa di errori di valutazione che tutti potrebbero commettere e a causa di comprensione della realtà.

Il pensiero di Aristotele è piuttosto chiaro e lineare ed io sono d’accordo ma solo in parte poichè credo che tutte le forme d’arte siano favolose allo stesso modo. Quando avevo quindici anni, al secondo anno di liceo (dal momento che ho frequentato il liceo classico), ho avuto l’opportunità di assistere con la scuola alle tragedie greche che vengono rappresentate a Siracusa proprio all’anfiteatro, come venivano messe in scena un tempo ed è a dir poco emozionante. Si riesce a partecipare allo stato d’animo degli attori e a percepirlo perchè sembrano così veri. Tra l’altro, nel panorama greco ci sono delle tragedie spettacolari come quelle di Eschilo, di Sofocle o di Euripide. Ricordo di averne visto due, cioè “Filottete” di Sofocle e “Andromaca” di Euripide. Le trovo eccezionali. Purtroppo ho assistito solamente quell’anno alla rappresentazione delle tragedie ma, se fosse per me, parteciperei tutti gli anni perchè ne vale veramente la pena. Poi sarà anche perchè io amo il teatro in genere, da sempre. Le tragedie sono belle proprio perchè vogliono trasmettere un messaggio ed è così in tutte quante; non esiste una tragedia priva di insegnamento morale e questo, a mio parere, è uno dei fattori più importanti. Vi lascio con qualche foto delle rappresentazioni a Sicuracusa affinchè possiate vederne la bellezza; non a caso ogni anno arrivano persone da ogni parte del mondo per assistervi.

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Un abbraccio a tutti! 🙂

 
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Pubblicato da su 27 settembre 2017 in Senza categoria

 

Settembre

(Fonte foto: pagina Facebook “Wildest dreams”)

“Una fresca brezza inizia a percepirsi nell’aria;
Il profumo d’inverno penetra le narici e un uomo seduto a un bar sorseggia la sua tazza di thè fumante mentre osserva il mondo lì fuori dalla vetrata;
La pioggia scende lenta ma incessante e il cielo diviene grigio;
Di sera i monumenti appaiono sotto una luce differente, profonda, magica;
Le foglie cominciano pian piano a salutare i loro fratelli rami e le si ritrova lungo i marciapiedi, secche ma belle;
La cattedrale imponente, il viale cosparso di lampioni dalla fioca luminosità che sfiora la gente;
Due giovani innamorati si apprestano a passeggiare mentre intrecciano le loro mani e sorridono felici;
Una nuova atmosfera, meravigliosa, è l’arrivo della bella stagione;
Benvenuto Settembre: a te che dai inizio a una nuova realtà e che scaldi il cuore e riempi l’anima”.

Giulia

 
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Pubblicato da su 20 settembre 2017 in Senza categoria