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“X Agosto”, Giovanni Pascoli

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La poesia “X Agosto” di Giovanni Pascoli è per me una delle poesie più belle e significative all’interno del patrimonio poetico. Sarà che forse mi rispecchio in ciò che lui provava per quanto riguarda la perdita del padre, ma la trovo talmente splendida al punto da avere la pelle d’oca ogni volta che la leggo.

“San Lorenzo , io lo so perché tanto
di stelle per l’aria tranquilla
arde e cade, perché si gran pianto
nel concavo cielo sfavilla.


Ritornava una rondine al tetto :
l’uccisero: cadde tra i spini;
ella aveva nel becco un insetto:
la cena dei suoi rondinini.


Ora è là, come in croce, che tende
quel verme a quel cielo lontano;
e il suo nido è nell’ombra, che attende,
che pigola sempre più piano.


Anche un uomo tornava al suo nido:
l’uccisero: disse: Perdono ;
e restò negli aperti occhi un grido:
portava due bambole in dono.


Ora là, nella casa romita,
lo aspettano, aspettano in vano:
egli immobile, attonito, addita
le bambole al cielo lontano.


E tu, Cielo, dall’alto dei mondi
sereni, infinito, immortale,
oh! d’un pianto di stelle lo inondi
quest’atomo opaco del Male!”

Da tale componimento emerge chiaramente il dolore del poeta. Il padre di Giovanni Pascoli fu infatti ucciso con una fucilata mentre tornava a casa proprio il 10 Agosto del 1867, quando l’autore aveva solamente undici anni, per ragioni ancora ignote. Naturalmente ciò rappresentò per lui un trauma, un segno che portò con sè fino alla fine dei suoi giorni; di fatti, esprime la sua sofferenza in merito a ciò in tutte le sue poesie o comunque nella maggior parte di esse.

Pascoli accosta due immagini bellissime e profonde: una rondine che viene uccisa proprio nel momento in cui sta tornando al nido dai suoi rondinini con del cibo e un uomo che viene ucciso proprio mentre sta tornando a casa con dei doni per le figlie, e qui vi è un chiaro riferimento alla morte di suo padre poichè descrive esattamente lo stesso scenario. Il poeta riflette su quanto il mondo sia ingiusto e spietato perfino dinanzi a simili visioni, su come il male sia capace di stroncare la bellezza in un solo istante. Prevale il tema del nido, altro elemento su cui Pascoli incentra la sua poesia. Il nido viene rappresentato dalla famiglia, dal calore, dall’affetto; l’ambiente familiare viene visto come un luogo in cui ci si sente protetti e al sicuro.

L’uomo viene invano atteso in casa dalla sua famiglia ma in realtà non fare più ritorno e tutto si trasforma in angoscia, paura e delusione.

Pascoli opera poi nell’ultima quartina una netta differenza tra il Cielo, che tra l’altro personifica, e la terra. Il cielo viene visto come qualcosa di stupendo, immortale e portatore di gioia, al contrario della terra che è capace di arrecare solamente male. All’inizio della poesia vi è anche un’ambivalenza perchè non è certo se Pascoli si rivolge proprio a San Lorenzo o semplicemente alla notte di San Lorenzo. In ogni caso, ciò è importante poichè come sappiamo durante la notte di San Lorenzo cadono le stelle, per cui l’autore percepisce la caduta di esse come un pianto da parte del cielo, un pianto di sofferenza e di sconforto su tanta scorrettezza.

La trovo veramente magnifica perchè Pascoli è stato in grado di far trasparire pienamente la sua perdita d’animo, la mancanza per cui continua a soffrire, il legame paterno che viene spazzato via senza alcuna esitazione e compassione. Perchè perdere un genitore è come perdere una parte di se stessi, un vuoto che nessuno sarà mai capace di colmare perchè il padre e la madre sono insostituibili, dei pilastri fino alla fine dei nostri giorni, sia se il destino ci separa da loro prematuramente sia se abbiamo la fortuna di averli al nostro fianco per lungo tempo.

Il ricordo riesce a rendere vivo ciò che la realtà ha separato.

 

 
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Pubblicato da su 15 agosto 2017 in Senza categoria

 

Sigmund Freud e i sogni

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Buonasera!
Uno dei filosofi che più mi affascina è Freud grazie ai suoi studi riguardanti la psiche umana e per l’attenzione che rivolse ai sogni. Prima di introdurre il suo pensiero, è opportuno fare delle premesse, anzi più che premesse delle spiegazioni di alcuni elementi importanti che ritroveremo dopo all’interno della sua tesi sui sogni.
Innanzitutto, dobbiamo operare una distinzione tra Es, Io e Superio. Il primo rappresenta l’inconscio e tutto ciò che è irrazionale, di fatti si basa essenzialmente sul principio del piacere e sul suo soddisfacimento; il secondo è un mediatore tra Es e Superio, si basa sul principio della realtà e deve essere pronto a regolare le pulsioni dell’Es e le richieste da parte del Superio; quest’ultimo rappresenta invece la coscienza morale, colui che deve censurare gli istinti dell’uomo, ciò che è irrazionale. Il Superio viene infatti sviluppato già da bambini: inizialmente sono i genitori a fornire i valori e a inibire i vari istinti, ma da più grandi i bambini iniziano ad interiorizzare tutto ciò e nasce in loro il Superio, per cui saranno in grado di porre dei freni nei confronti dell’Es e di osservare con attenzione l’Io, compito che prima veniva svolto dal padre e dalla madre.
Fatta questa distinzione, dobbiamo adesso concentrarci su cosa siano le libere associazioni: Freud era solito dire ai suoi pazienti di affermare di getto ciò che passava loro per la testa al momento, senza alcuna inibizione, anche cose che magari potessero risultare banali o insignificanti, non aveva importanza. Ciò che i pazienti riferivano erano appunto le libere associazioni ed erano fondamentali secondo Freud poichè mediante esse era possibile che riaffiorassero elementi radicati nell’inconscio, dunque anche ricordi rimossi e questo consentiva di stabilire se fossero causa di nevrosi o di altre patologie psichiche.
Egli scrisse tutto quel che riguarda la vita onirica nel libro intitolato “L’interpretazione dei sogni”, pubblicato per la prima volta il 4 Novembre del 1899. Freud aveva sempre provato un certo interesse nei confronti dei sogni, tanto che spesso da giovane accadeva che annotasse i suoi sogni per poi farne delle deduzioni. Il suo interesse nasceva anche dalle libere associazioni riportate dai suoi pazienti, i quali in quei momenti raccontavano anche alcuni sogni associando diversi elementi appunto, e da determinati casi psichiatrici con cui aveva a che fare, comprese allucinazioni e stati psicotici. Da essi risultava il soddisfacimento di desideri.
All’interno del sogno, Freud distingue due entità: il contenuto manifesto e il contenuto latente. Il primo è tutto ciò che noi riusciamo a ricordare e a riferire una volta svegli in merito ai nostri sogni, mentre il secondo indica ciò che noi non siamo in grado di riferire e ricordare poichè legato all’inconscio e dunque censurato nella nostra mente anche perchè gli elementi che fanno riferimento all’inconscio sono “mascherati”, per cui non riusciamo a distinguerli e per tale ragione al risveglio sono rimossi dalla nostra mente.
In merito al contenuto manifesto, agiscono insieme le tre entità di Es, Io e Superio, invece per quanto riguarda il contenuto latente ad agire sono Io e Superio. Ma torniamo ai desideri: è qui che Freud introdusse la deformazione onirica, la quale altro non è che la censura di cui parlavamo prima. Spesso non riusciamo ad ammettere a noi stessi di voler soddisfare un determinato desiderio e nei nostri sogni avviene un ribaltamento; la censura offusca quello che in realtà è il vero desiderio, rendendo a volte il sogno anche sgradevole. Quando ciò avviene, allora vuol dire che la deformazione onirica è stata ben attuata. E Freud afferma che anche in questo caso il desiderio è stato appagato poichè è solamente nascosto, mostra in realtà altre sembianze.
Freud aveva una spiccata personalità, tanta voglia di saperne di più sui processi psichici umani e ciò lo possiamo riscontrare anche nel bellissimo film intitolato “A dangerous method”, dove troviamo anche Jung con cui Freud strinse un rapporto di amicizia, di stima e di confronto. Potrei poi parlare di entrambi per ore, ci sarebbero molte cose da dire e da approfondire. Due menti brillanti.
Freud rimase molto soddisfatto della sua opera e ritenne che potesse essere illuminante e utile per tutti coloro che lo seguivano, che lo ammiravano. E fu proprio per questo motivo spinto a scrivere una prefazione per la seconda edizione del libro, dove si rivolge non solo ai sostenitori ma anche a coloro che ebbero da ridire, andando così oltre le resistenze e le maldicenze che dovette affrontare.

Un abbraccio a tutti! 🙂

 
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Pubblicato da su 15 agosto 2017 in Senza categoria

 

I mangiatori di patate, Vincent Van Gogh

Buongiorno! 

L’opera d’arte a cui porremo attenzione oggi è un dipinto del pittore olandese Vincent Van Gogh il cui nome è “I mangiatori di patate”. Risale al 1885, appartiene all’epoca del “Realismo” ed è ubicato presso il “Museo Van Gogh di Amsterdam”. È stato dipinto a olio e le sue dimensioni sono 82×114 centimetri.  

Van Gogh, prima di divenire un pittore, seguì le orme del padre facendo il pastore. Da ciò si poté naturalmente rendere conto della vita semplice che si conduceva in un simile ambiente. Per dipingere “I mangiatori di patate”, si recò personalmente al villaggio Nuenen per capire ancor di più, per farsi un’idea. E vide diversi agricoltori che tutti i giorni si dedicavano alla coltivazione dei propri campi. Da lì cominciò proprio a pensare come poter dipingere il quadro e iniziò a creare i ritratti dei contadini che aveva visto al villaggio ma poi decise che non bastava, così dipinse le mani che dovevano avere questi contadini (rugose e rovinate). Dopo ciò si dedicò allo scenario completo. Il quadro raffigura difatti una famiglia di cinque contadini di Nuenen riunita a tavola, probabilmente a ora di cena. Tutti quanti consumano lo stesso pasto: a tavola vi è un solo piatto di patate. Van Gogh avrà scelto le patate perché sono degli ortaggi che i contadini coltivavano nei propri campi, perché sono un alimento semplice e perché sicuramente simboleggiano un po’ la povertà. È importante il fatto che a tavola sia presente un solo piatto di patate perché ciò, a mio parere, sta anche ad indicare condivisione, il piacere di mangiare insieme. 
Andiamo ai personaggi: sulla destra abbiamo una donna dall’espressione piuttosto stanca che versa del caffè in una tazzina e vicino a lei un uomo (probabilmente il marito) che la guarda come per invitarla a mangiare e questo si evince dal fatto che lui ha una patata in mano; sulla sinistra abbiamo un’altra donna, la cui bellezza sembra sfiorita, che guarda l’uomo che siede al suo fianco il quale è concentrato sul piatto di patate fumanti. Entrambi tengono una forchetta per afferrare le patate. La quinta figura è una fanciulla che siede di spalle e si presume che Van Gogh abbia voluto ritrarla in questo modo come per farla sfuggire al povero destino che la attende e inoltre è molto interessante poiché crea un senso di controluce. Si pensa che la giovane possa avere le mani giunte per recitare una preghiera prima di consumare la sua pietanza. 

Per quanto riguarda i dettagli: innanzitutto, vedrete già che anche la casa è piuttosto misera. L’atmosfera è molto cupa e prevalgono i colori scuri, specie il nero. Perfino gli indumenti che indossano sono perlopiù neri e anch’essi piuttosto poveri. Proprio sopra di loro vi è una lampada a olio che proietta una fioca luce sui volti dei cinque e anche nell’ambiente; questo bagliore sta ad indicare speranza, a differenza delle finestre chiuse alle loro spalle che indicano invece il fatto che non vi sia alcuna via d’uscita. Dunque Van Gogh ci teneva particolarmente a raffigurare un ambiente povero, poiché essendo stato anche lui un pastore, sapeva cosa significava la fatica e tornare la sera a casa stremati con il volto segnato dalla stanchezza e dalla miseria. Difatti, è proprio questo ciò che si evince dalle espressioni dei personaggi del dipinto. Il messaggio che il pittore vuole trasmettere, secondo me, è anche il fatto che dietro alla povertà si nasconde la gioia e la semplicità di stare insieme, riuniti a consumare un pasto e soprattutto un unico pasto per tutti, senza esprimere alcuna preferenza e senza lamentele di alcun tipo anche perché quello è il solo alimento di cui potranno cibarsi, per cui ci si deve necessariamente accontentare o altrimenti si va incontro al digiuno. Perché la semplicità e la bellezza risiedono nelle piccole cose. Van Gogh rimase molto soddisfatto della sua opera tanto da dire che sia stata probabilmente la più bella a cui abbia dato vita.
Senz’altro è un dipinto tetro ma a me è sempre piaciuto per questo messaggio importante che l’autore ha voluto comunicare, e quindi anche il valore della famiglia perché la condizione economica sicuramente conta, ma il senso di famiglia va ben oltre il denaro. 

Un abbraccio a tutti e buona giornata! 🙂 

 
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Pubblicato da su 8 agosto 2017 in Senza categoria

 

“Mendica”, Olindo Guerrini

Buonasera! 

In questo articolo vorrei condividere con voi una poesia bellissima che mi ha sempre recitato mia nonna. Da bambina, quando andava a scuola, questa poesia la colpì molto per il significato e per le parole utilizzate dal poeta tanto da riuscire a ricordarla anche adesso che ha ottantun anni, parola per parola! 

La poesia s’intitola “Mendica” e appartiene alla raccolta di 85 poesie, perlopiù sonetti, “Postuma” di Olindo Guerrini (conosciuto anche con lo pseudonimo di Lorenzo Stecchetti) che fu pubblicata nel 1877 e riscosse notevole successo. 


Ecco il testo:

“Mentre la ricca imbandigion levata

Tranquillo io me ne uscia,

Vidi una fanciulletta inginocchiata

Nel fango della via.

Colla veste cadente a brano a brano,
Pallida e macilente,

Implorava col pianto e colla mano

La pietà della gente.

In grembo le gittai qualche moneta
E dissi: – «o poveretta,

Torna alla madre tua che forse inquieta

Per te piange e t’aspetta».

Tremulo e mesto errar vidi un sorriso
Sulla sua bocca smorta,

E al cielo volgendo lo stremato viso

Disse: – «mia madre è morta».

Disse: – «mia madre è morta: io sondigiuna
E la stagione è cruda,

In terra a me non pensa anima alcuna:

Sono orfanella e ignuda».

Io sentii che talvolta ancor bisogna
Pianger dell’infelice,

E innanzi alla miseria ebbi vergogna

D’esser quasi felice”.

Io la trovo splendida. L’autore ha utilizzato delle parole piuttosto pungenti e non possono che commuovere. Personalmente, quando la leggo, mi viene la pelle d’oca. È così profonda e vera… Innanzitutto, si evince che colui che incontra la bambina è una persona ricca o comunque benestante. La cosa che più colpisce è vedere che perfino un uomo con una situazione agiata, nel vedere e rivolgersi a un’orfanella possa rendersi conto di cosa realmente significhi patire la fame, la sofferenza e dover chiedere l’elemosina; e per di più prova pudore per il fatto di essere felice e di avere degli agi. Chiaramente quest’uomo ha un buon cuore poiché purtroppo non tutte le persone benestanti sono capaci di vergognarsi quasi di ciò che possiedono e inoltre tendono ad evitare coloro che sono poveri perché credono di essere superiori. Se una persona arriva a provare vergogna, allora questo vuol dire che non è avara e che riesce a comprendere cosa sia la povertà. Quante volte ci capita di vedere dei bambini, di colore soprattutto, per strada che chiedono elemosina? Magari molti di loro sono orfani come la bambina della poesia. 

Poi, trovo molto toccanti le espressioni che ha usato per far capire lo stato d’animo della piccola. Quando ad esempio dice “e al ciel volgendo lo stremato viso”. Da ciò si percepisce non solo la tristezza ma anche la fatica che la bambina affronta ogni giorno per cercare di racimolare qualche moneta e procurarsi da mangiare, e tra l’altro da sola poiché non ha una madre che la attende e che le dica cosa fare; tanto da avere un volto stanco, spento, esausto. Davvero meravigliosa. Aiuta a riflettere e ci prospetta uno scenario, un contesto desolante e avvolto dalla solitudine e dall’infelicità. È proprio vero che spesso le cose più malinconiche sono le più belle perché le si riesce a sentire dentro. Non so se l’abbiate letta tutti ma coloro che non l’hanno fatto, sono sicura che la apprezzeranno e che avranno un’opinione simile alla mia perché non si può non restare colpiti e capisco perfettamente la ragione per cui a mia nonna è rimasta impressa nella memoria. 

Un bacio a tutti! 🙂 

 
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Pubblicato da su 1 agosto 2017 in Senza categoria

 

Il concetto del Superuomo

“Viandante sul mare di nebbia”, Caspar David Friedrich 

Buonasera! 

Ciò su cui ci soffermeremo oggi è il concetto del Superuomo, introdotto dal filosofo Friedrich Wilhelm Nietzsche in una delle sue opere più famose, ossia “Così parlò Zarathustra”. Zaratustra è un personaggio molto importante perché è colui che riesce a far comprendere all’uomo che deve elevarsi, che deve affermare se stesso in modo più completo. 

Andiamo all’etimologia del termine: il termine “superuomo” deriva dal tedesco “übermensch” che a sua volta deriva dal greco “uperantropos”, il quale è stato attestato nel I secolo a.C. da Dionigi di Alicarnasso e nel II secolo d.C. da Luciano. 

Il Superuomo deve essere in grado di esaltare i suoi valori dinanzi alla morale comune e deve tornare allo spirito dionisiaco, ovvero deve seguire le sue passioni (che si contrappone allo spirito apollineo, cioè un agire razionale). Nietzsche era ateo e si distaccava dallo spiritualismo ascetico, dando maggiore importanza alla natura; di fatti, egli credeva vi fosse una sola vita terrena e che l’uomo fosse in fondo solamente un corpo. 

Il Superuomo ha l’obiettivo di scovare una felicità immanente attraverso la creatività non in un universo trascendente, ma trascendentale proprio per quanto detto sopra. Esso è il grado più alto dell’evoluzione umana e contrappone il dovere alla volontà. Inoltre, ciò che deve muovere l’uomo è la volontà di potenza ma attenzione: con ciò non si intende una volontà di dominio o di prevaricare gli altri, anzi. Non ci si riferisce tanto a un capo carismatico, quanto a un annunciatore di una nuova figura di uomo. Secondo il filosofo, il Superuomo è ciò a cui si deve tendere e per cui si deve essere educati. Affinché possa emergere, è necessario trovare le giuste condizioni fisiche e psichiche interne ed esterne; per fare questo, da una parte si deve osservare lo splendore culturale e politico prodotto dalla selezione psicofisica della precedente aristocrazia che ebbe inizio con il Rinascimento italiano e culminò nel ‘700 in Francia, dall’altra quello dell’antico ginnasio greco o della Repubblica di Platone che aveva come obiettivo la creazione del guerriero-filosofo. Per tale ragione, Nietzsche apprezzava molto la tragedia greca, in particolar modo quella di Eschilo, poiché la riteneva un modello educativo alla tragicità della vita e grazie all’istinto dell’uomo rinascimentale che era in grado di andare ben oltre. 

Per divenire Superuomo, vi sono tre tappe fondamentali:

  • Una volontà costruttiva capace di contrastare gli ideali prestabiliti;
  • Superare il nichilismo mediante la gioia tragica e il recupero della volontà di potenza;
  • Promuovere il processo di creazione e rigenerazione dei valori prendendo parte alla dimensione morale dell'”amor fati”, il quale delinea un eterno amore gioioso sotto ogni aspetto. 

Il concetto del Superuomo lo riscontriamo anche in Gabriele D’Annunzio che lo riprende da Nietzsche, appunto. Tuttavia vi è una differenza, ossia il fatto che nelle sue opere l’uomo intreccia relazioni con varie amanti ed è soprattutto per questo che entra in gioco il Superuomo. D’Annnunzio propina un Superuomo che sappia controllare le sue passioni, specie per quanto riguarda le donne. 

Questo concetto è senz’altro molto bello, profondo ma lo condivido fino a un certo punto a causa del fatto che Nietzsche era ateo, mentre io sono credente e ho una fede ben salda. Essere legati alla natura va bene, ma bisognerebbe avere prima di tutto un legame con colui che le ha dato vita. Naturalmente, questo è un pensiero personale. Probabilmente molti di voi la penseranno in maniera diversa e, in fondo, il mondo è bello perché è vario.

Un bacio a tutti! 🙂 

 
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Pubblicato da su 30 luglio 2017 in Senza categoria

 

Trittico del Giardino delle delizie, Hieronymus Bosch

Buonasera! 

Finalmente rieccomi qui a dedicarmi all’ambito artistico. Stavolta, sotto richiesta di Vincenzo, analizzeremo un quadro del pittore olandese Hieronymus Bosch che ho scelto personalmente e si tratta del Trittico del Giardino delle delizie. Tutti i quadri di quest’artista si presentano alquanto bizzarri, spesso anche macabri. Ce ne sarebbero stati tanti da scegliere ma dovendone analizzare uno, al momento, mi sono sentita di scegliere questo perché mi ha molto colpito la sua struttura e la sua originale composizione. Nello specifico il dipinto è questo: 

È stato dipinto nel 1480-1490 circa, olio su tavola, le sue dimensioni sono 220×389 centimetri ed è ubicato presso il Museo del Prado di Madrid. 
Esso è incentrato su delle scene bibliche; difatti, il pannello di sinistra indica l’Eden, il paradiso terrestre, quello centrale il giardino delle delizie da cui il quadro prende nome e quello destro l’inferno musicale. Si pensa che tale opera sia una descrizione della storia dell’umanità mediante la dottrina cristiana medievale. Secondo alcuni studiosi rappresenta invece un ammonimento agli uomini per i pericoli legati alle tentazioni della vita; in seguito vi furono altre interpretazioni che si divisero in due filoni, ossia coloro che ritenevano che il pannello centrale fosse un insegnamento morale per l’uomo e coloro che credevano fosse una visione del paradiso perduto. 

Ma prima di concentrarci sul dipinto in sé, facciamo qualche breve accenno storico: molto probabilmente il committente fu Enrico III di Nassau-Breda, ovvero il Governatore di alcune province appartenenti agli Asburgo nei Paesi Bassi. Egli pare collezionasse opere d’arte e che condividesse questa passione con l’amico Filippo il Bello. Difatti si dice che entrambi apprezzassero le opere di Bosch e che fosse in atto una “sfida” per stabilire chi dovesse possederle. Il Trittico del Giardino delle delizie sarà stato richiesto per celebrare delle nozze, cosa che accadde molto spesso con i dipinti italiani, un esempio può essere Primavera di Sandro Botticelli ma potremmo stare qui ad elencarne molti altri. 

Quando Enrico III morì, il dipinto andò nelle mani del nipote Guglielmo I d’Orange. Nel 1568 il Duca d’Alba confiscò il quadro e lo portò in Spagna dove poi divenne proprietà del figlio don Fernando di Toledo, dell’ordine di San Giovanni. Alla sua morte, durante la sua asta Filippo II di Spagna comprò il dipinto (nel 1591) e nel 1593 lo portò presso l’Escorial di Madrid. Solo nel 1939 il quadro venne portato presso il Museo del Prado insieme ad altre opere dell’artista. Tuttavia non fu molto ben conservato tant’è che nella parte centrale intorno alle giunture dei pannelli ha perso un po’ di colore. Nel 2009 il Museo del Prado riconobbe il quadro come il più importante all’interno dell’edificio al punto da inserirlo su Google Earth con una risoluzione di 14.000 megapixel, pensate un po’! 

Ora possiamo passare all’analisi di ogni singola parte del dipinto. 

Intanto, cosa molto particolare e originale, esso è formato da un pannello centrale quadrato e ai lati vi sono due ali rettangolari che è possibile chiudere. Vi faccio capire meglio: 

Ecco, adesso credo abbiate compreso. Immaginate che sia un armadio o magari potremmo paragonarlo anche ad un portagioie. Il Trittico chiuso mostra totalmente un altro scenario. 
Si tratta della creazione del mondo che viene rappresentata con la tecnica della grisaglia, ossia delle sfumature a monocromo di bianco e grigio utilizzate per esaltare la vivacità dei colori dei pannelli interni contrariamente a quelli esterni. Tra l’altro questa tecnica era molto usata dai fiamminghi. Altra ragione per cui in questo caso viene utilizzata è probabilmente per rappresentare il periodo precedente alla creazione del Sole e della Luna. Molto comunemente si sostiene anche che il Trittico chiuso indichi il mondo nel terzo giorno della Genesi. 

Come potete vedere, la Terra è raffigurata come una grande sfera fluttunte con dei fasci di luce che appaiono soprattutto sul lato sinistro. Dio si trova in alto a sinistra immerso quasi nell’oscurità ed è di piccole dimensioni. Siede su un trono, indossa una corona papale e tiene una Bibbia in mano. Egli circonda la terra e ha un’espressione piuttosto indecisa, i suoi gesti sono esitanti come se si rendesse conto che gli sia già sfuggito di mano il controllo del mondo appena creato. All’interno della sfera vi sono i primi elementi di vegetazione, tuttavia non si riesce a capire se vi sono anche forme rocciose o di minerali. Intorno vi è il mare che viene illuminato da alcuni raggi che provengono da sopra. In alto al Trittico chiuso vi è inoltre una scritta latina molto importante: “Ipse dixit et facta sunt, ipse mandavit et creata sunt”, cioè “Egli stesso lo disse e le cose furono fatte, egli stesso comandò e le cose furono create”. In riferimento a questa frase, alcuni studiosi sostengono inoltre che il Trittico chiuso mostri il mondo dopo il diluvio universale, soprattutto il ritiro delle acque, che si contrappone invece al Trittico interno che starebbe ad indicare i momenti di perdizione prima del diluvio. 

Adesso passiamo ai pannelli interni. Il pannello di sinistra rappresenta, come avevamo già detto, il paradiso terrestre e più precisamente raffigura il momento in cui Dio porta Eva al cospetto di Adamo, il quale sembra quasi destarsi da un sonno profondo. Dio cinge un polso ad Eva ed è come se con tale gesto desse la sua approvazione per l’unione dei due. Eva tende ad evitare di guardare Adamo anche se secondo alcuni critici, ella piuttosto mostra il suo corpo all’uomo in modo seducente; quest’ultimo dal canto suo è stupito. Questo stupore si pensa possa essere dovuto a tre fattori: in primo luogo, il fatto che Eva venga affiancata da Dio; in secondo luogo, il fatto che lei sia stata creata dalla costola di Dio e mostri la sua stessa natura e in terzo luogo il fatto che Adamo senta il bisogno di riprodursi e dunque di unirsi in intimità con Eva. Dio è molto più giovane rispetto a quanto appare sul Trittico chiuso ed ha inoltre capelli dorati e occhi azzurri; questa immagine potrebbe essere un pretesto usato dall’autore per esprimere la concezione di Cristo come incarnazione della parola di Dio. 

Dietro Eva vi sono inoltre alcuni animali che giocano, ad esempio dei conigli che simboleggiano la fertilità e una dracaena che potrebbe simboleggiare la vita eterna. Ma non è tutto poiché sono presenti anche altri animali. Difatti, proprio davanti a Dio, Adamo ed Eva si apre una fossa circolare contenente acqua da cui fuoriescono animali sia reali che inventati da Bosch. Abbiamo un pesce con mani umane e becco di anatra che tiene un libro e intorno a lui ci sono altri animali che per il loro colore scuro si mimetizzano a quello dell’acqua. Fuori dall’acqua vi sono rapaci che mangiano rane, un uccello a tre teste e altri uccelli ancora; un gatto poi è intento a stringere una preda in bocca. 

Al fianco di Adamo troviamo un albero esotico abbastanza strano con una pianta rampicante di frutti rossi. Immediatamente dietro si apre una discesa nella quale si trovano degli alberi carichi di frutti; questa discesa conduce a un lago dalle acque cristalline. Al centro del lago si erge una struttura rosa composta da parti in vetro e da gemme preziose; secondo alcuni rappresenterebbe la “Fontana della vita”. Su di essa si posano diversi uccelli e tra l’altro questa struttura ha anche una funzione compositiva: dal momento che il suo colore è simile alla veste che indossa Dio, l’occhio dell’osservatore viene orientato verso il fulcro della scena. 

Sulla destra vi è poi una pietra su cui si adagiano vari animali e dietro a essa, leggermente distante, abbiamo un albero piuttosto piccolo su cui è aggrovigliato un serpente che, naturalmente, indica la tentazione di Eva. Sulla roccia si arrampica anche un topo che, esattamente come il serpente, è un simbolo fallico. Sulla sinistra, proprio sulla riva del lago, sono presenti degli animali che bevono e alcuni di essi sono inventati, come l’unicorno. In lontananza troviamo altri animali che sono perlopiù reali, come l’elefante e la giraffa, a differenza di quelli che vediamo vicino ai tre personaggi che sono soprattutto fantastici. Guardando bene possiamo notare anche delle forme rocciose e altre di vegetazione che somigliano quasi a delle capanne al cui interno abitano altri animali molto strani. Secondo la critica storica dell’arte Virginia Tutle, ciò che raffigura il pannello sinistro non è convenzionale e non si può riscontrare in nessuno degli eventi appartenente al Libro della Genesi che appaiono di solito nell’arte occidentale. 

Passiamo al pannello centrale: esso sembra quasi una continuazione del pannello precedente grazie al colore verde che richiama il giardino. Inoltre i due laghi richiamano quello del pannello sinistro. Ciò che vediamo è il giardino delle delizie, appunto, in cui varie figure nude sia femminili che maschili sono impegnate in rapporti amorosi tutt’altro che casti, alcuni in coppia e altri in gruppo; vi sono tanti altri strani animali e anche frutti che vengono rappresentati secondo dimensioni sproporzionate e sono carichi di significati simbolici. Gli uomini e le donne non hanno alcun pudore, tanto che secondo alcuni critici questi esprimono una curiosità carnale adolescenziale. Tale pannello si suddivide in tre zone principali. 

La prima, quella proprio in primo piano, ha una discesa sulla sinistra che conduce poi al lago; vi sono tanti gruppi di persone senza veli alle prese con strani vegetali, minerali e conchiglie oppure mentre si cibano di grandi frutti, soprattutto fragole e more, che simboleggiano chiaramente la sessualità. O magari sono anche alle prese con degli uccelli piuttosto grandi, specialmente sulla sinistra dove c’è il lago.   

Proprio nel punto in cui vi è il lago, si staglia una striscia di alberi che divide il lago dall’altro spazio verde. Sembrerebbero due giardini diversi. Sulla destra troviamo delle figure sia dalla pelle bianca che dalla pelle nera e alcune di esse hanno una peluria castana dalla testa ai piedi; gli studiosi sostengono che tali figure nello specifico rappresentino l’uomo primitivo ma non è evidente la ragione della loro presenza nel dipinto. Sempre a destra è presente una piccola grotta da cui esce appena appena un uomo, l’unico ad indossare degli indumenti, che punta il dito verso una donna vicino a lui. È l’unica figura ad avere dei capelli scuri e ad avere dei tratti del viso marcati. Si pensa che tale uomo possa essere Bosch stesso. La donna verso cui egli punta il dito si trova all’interno di un cilindro trasparente e ha la bocca sigillata come se nascondesse qualcosa. Andando più verso il centro ma comunque in basso vi è un uomo con una corona di petali sul capo che avvolge una grande fragola e accanto altre due figure che osservano un altro frutto. 

In questa zona vi sono più che altro dei piccoli uomini adagiati su delle grandi anatre o altri uccelli che sono sovrastati da enormi frutti e fiori; poi notiamo perfino un pesce sul prato, uccelli fermi sull’acqua, personaggi all’interno di bolle d’acqua o addirittura di fragole e lamponi. Per esempio, una donna ha una ciliegia sul capo che sta ad indicare l’orgoglio. Altri uomini mangiano invece frutti venendo imboccati sia da animali che da altri personaggi. 

Nella zona centrale del pannello vediamo invece “la cavalcata della libidine attorno alla fontana della giovinezza” in cui sia uomini che donne cavalcano animali di varia natura ripresi dagli antichi bestiari medievali; un uomo esegue una capriola sul suo destriero e mostra le parti intime probabilmente per catturare lo sguardo delle donne a lui vicine. In tutto ciò, tanti uccelli sono in acqua e alcuni pesci alati vanno sul terreno dove a volte vengono trasportati o cavalcati da uomini. Vi sono poi altri animali inventati che somigliano a delle lucertole e strisciano sul prato; poi ancora dei personaggi sono all’interno di conchiglie o tra grandi petali e tanti di loro mangiano bacche, fragole o ciliegie. Importante è ad esempio la figura all’interno del lago che ha una grande ciliegia tra le gambe ed è a testa in giù: il fatto che il frutto sia fra le gambe, sta ad indicare la procreazione. Nella fonte al centro vi sono alcune donne che fanno il bagno e che hanno degli uccelli in testa dai significati simbolici, ad esempio corvi che indicano l’incredulità o i pavoni che indicano la vanità. Entrambi i laghi, sia quello sulla sinistra che quello al centro, ospitano sia figure femminili che maschili e i loro corpi sono ornati da frutti, bacche e volatili. Sullo sfondo è possibile notare quattro strutture dalle forme bizzarre e suggestive che si pensa derivino da un linguaggio alchemico. Nel cielo alle loro spalle vi sono figure in volo: a sinistra un uomo cavalca una specie di grifone e tiene una pianta su cui si poggia un uccello rosso. Questa pianta simboleggia l’albero della vita. A destra, invece, un cavaliere con la coda di un delfino cavalca un pesce alato tenendo fra le mani un bastone sul quale è appesa un ciliegia; la coda del cavaliere si piega quasi a toccare la sua testa e ciò si riferisce all’Uroboro, cioè simbolo dell’eternità. Sulla destra vicino all’altra struttura vi sono due uomini alati: uno trasporta un pesce e l’altro una ciliegia. Si pensa che in questa fase del dipinto vi sia la massima espressione della fantasia di Bosch e che le figure in volo rappresentino un passaggio tra il mondo terreno e il paradiso vero e proprio. Ai piedi di queste particolari strutture sono presenti dei gruppi di persone: a sinistra una piccola folla sorregge un enorme frutto, ossia la mela di Adamo. Nel lago vediamo una sirena e un tritone, simbolo dell’amore nel quattrocento. Nelle vicinanze vi è un uovo rotto il quale è molto ricorrente nelle opere dell’artista assumendo ogni volta diversi significati. 

Ora è giunto il momento di analizzare l’ultimo pannello, ovvero quello destro che raffigura l’inferno musicale. A differenza degli altri due pannelli, qui prevalgono i colori scuri e l’ambiente fa quasi rabbrividire perché indica la dannazione eterna dal momento che le anime sono state distrutte dalle tentazioni del male, per cui ora subiscono solamente torture. I colori cupi fanno sì che il luogo risulti inospitale e capace di far cadere nello sconforto. A contrastare ciò vi sono le fiamme dei roghi le quali rappresentano il fatto che la punizione divina si manifesta sotto qualunque forma e che è impossibile sfuggirne. Anche questo pannello si suddivide in tre zone principali. In primo luogo, abbiamo lo sfondo: abbiamo un incendio, le fiamme si propagano quasi e colorano di sangue l’acqua sottostante. Dalle porte e dalle finestre escono dei fasci di luminosi che illuminano delle creature in controluce; se guardate bene, più sotto vedrete degli uomini che lasciano il “campo di battaglia”, mentre altri sono in procinto di bruciare un altro villaggio vicino. Come avrete compreso, in questa zona del dipinto vi sono molti giochi di luce che creano un’atmosfera suggestiva ma non solo, direi anche quasi spettrale. Nella parte centrale del quadro, invece, ciò che salta all’occhio è la figura dell’uomo-albero: il suo corpo viene retto grazie a dei tronchi marci che finiscono su piccole barche all’interno del lago sottostante. La sua testa sorregge un cerchio bianco sul quale vi sono vittime e demoni e proprio vicino è presente una zampogna rosa che ricorda più il cuore umano. Il torso di quest’uomo-albero è rappresentato da un uovo aperto che viene trafitto dai rami che partono dal tronco ed è abitato da biscazzieri; fuori da quest’uovo abbiamo una scala su cui un uomo, dal colore grigio e con una freccia che gli trafigge il collo, si appresta a salire. Lo sguardo dell’uomo-albero è rivolto verso di noi e ha un’aria afflitta e rassegnata ma a mio parere anche inquietante. Molti critici ritengono che quest’uomo possa essere lo stesso Bosch poiché s’intravede una certa ironia che potrebbe confermare la sua vena artistica, la sua fantasia e il suo modo di vedere le cose. 

Sopra all’uomo albero vediamo inoltre un paio di orecchie piuttosto grandi attraversate dalla lama di un coltello su cui è incisa la lettera M che secondo alcuni sarebbe l’iniziale del termine “Mundus”, ossia “Mondo”; i critici non sono ancora riusciti a capire il significato di quest’immagine. Se davvero fosse così, secondo me starebbe ad indicare che il mondo, tutto ciò che ci circonda distrugge il nostro udito quasi fino a renderci sordi e quindi incapaci di ascoltare le cose realmente importanti. Sulla destra vi è un cavaliere che tiene in mano una specie di “graal” e viene inchiodato sul pavimento da alcuni cani infernali; anche a questo particolare non si è ancora riusciti a trovare un significato. Dal momento che si tratta di un cavaliere, una possibile interpretazione potrebbe essere che egli in vita abbia ucciso un certo numero di persone innocenti e che adesso si ritrova a subire torture, nello specifico essere attaccato da questi cani che certamente non intendono fargli del bene. Più in là ci sono uomini che vengono imprigionati in alcune grandi brocche e vessati da demoni di qualunque forma. Sul lago di ghiaccio sottostante delle vittime pattinano in maniera goffa, mentre pezzi di altre vittime galleggiano nell’acqua gelida. 

Per quanto riguarda la parte inferiore del dipinto, vi è un mostro con la testa di uccello che siede su un trono e divora dei dannati che poi defeca dentro a un buco proprio sotto il trono; inoltre ai piedi anziché delle scarpe indossa dei casi e sul capo ha un calderone che utilizza come se fosse una corona. Difatti, per tale elemento, viene considerato il “Principe dell’Inferno”. Più lontano vi è poi un uomo disteso su un letto che viene disturbato da diavoli che vogliono punire la sua accidia, un avaro che espelle monete d’oro e un goloso che vomita del cibo che ha ingerito. Abbiamo anche una donna che giace per terra nuda e priva di sensi e paga il suo peccato di superbia e un demone con la testa di lepre che punisce tutti coloro che hanno peccato di lascivia. In basso a destra una scrofa che indossa un velo da suora punisce un uomo che ha peccato di avidità costringendolo a firmare dei documenti legali. Sulla sinistra, invece, vi è un gruppo di persone l’una sopra all’altra e si tratta di coloro che hanno peccato a causa del gioco d’azzardo; ciò si evince dalla presenza di dadi e carte sul pavimento. Questi vengono trafitti da parte dei demoni con lance, spade in varie zone; viene trafitta perfino una mano benedicente e qui è chiaro che viene contrastata la protezione divina. In questo scenario è molto chiaro il riferimento ai sette peccati capitali a cui peraltro Bosch s’interessò molto dipingendone perfino un’opera d’arte che si chiama proprio “I sette peccati capitali”. Tutte le figure nude su questo pannello si differenziano da quelle del pannello centrale poiché hanno pudore e cercano di coprire con le mani il proprio corpo dal momento che sono ormai dannate, mentre le altre sono del tutto disinibite e si danno ai piaceri sfrenati. Si chiama “Inferno musicale” perché, se avete visto, vi sono anche figure morte adagiate su degli strumenti musicali. 

Bosch ha dipinto anche altri trittici che sono altrettanto particolari, questo non è l’unico. 

Molti studiosi si sono a lungo dedicati all’interpretazione di quest’opera ma con scarsi risultati perché ritenuta molto complessa. È possibile analizzare i singoli elementi ma non complessivamente, secondo il loro parere. Diciamo che le due interpretazioni maggiormente tenute in considerazione sono le seguenti: la prima è la creazione dell’uomo che man mano diviene corrotto a causa dei suoi numerosi peccati e di conseguenza finisce all’inferno subendo torture; la seconda è il fatto che diversi moralisti contemporanei a Bosch ritenevano che la donna fosse la chiave che conducesse l’uomo a un’esistenza di lussuria e peccato, e dunque ciò potrebbe spiegare perché nel pannello centrale prevalgono figure femminili. 

Nonostante sia un’opera di difficile interpretazione, ne ho elaborato una mia: credo che Bosch volesse sottolineare il fatto che Dio abbia creato l’uomo e la donna in modo perfetto ma che poi entrambi si perdono strada facendo, nel corso della loro vita. Chi si dedica ai rapporti sessuali senza darne alcuna importanza, chi si lascia trascinare dal gioco d’azzardo finendo con lo sprecare e rovinare la propria vita e il risultato è che il conto arriva dopo. Ciò che Bosch vuole trasmettere è la perdita dei veri valori, invitando a riflettere su quali siano quelli davvero importanti; un invito a capire che si deve pensare prima alle proprie azioni per evitare di pentirsene solo successivamente. Illustra proprio ciò che accade dopo la morte se noi commettiamo dei gravi peccati. Questo dipinto mi fa molto pensare alla Divina Commedia perché Dante all’inferno scorgeva tutti coloro che avevano peccato in svariati modi e li vedeva soffrire, scontare la loro pena. E nell’ultimo pannello del Trittico accade la stessa cosa. 

Penso che Bosch sia stato un pittore dalle mente eccezionale per la sua enorme fantasia e perché era capace di mettere insieme elementi apparentemente macabri e strani che se osservati con attenzione rivelavano delle cose di notevole spicco. Il “Trittico del giardino delle delizie” suscita per prima cosa angoscia e penso che il primo intento di Bosch fosse esattamente questo per poi comunicare qualcos’altro, poiché si deve andare ben oltre i bizzarri scenari. 

Se avete altre richieste, non esitate a farle, sarò lieta di leggerle e di assecondarle.

Un abbraccio a tutti! 🙂 

 
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Pubblicato da su 22 luglio 2017 in Senza categoria

 

Solito problema! 

Salve, scusatemi se ieri non ho più messo l’articolo riguardante l’ambito artistico ma ho sempre il solito problema con il computer, per cui dovrete pazientare. Spero di riuscire a caricarlo domani. 

A prestissimo e scusate ancora! 🙂 

 
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Pubblicato da su 16 luglio 2017 in Senza categoria