Il concetto del Superuomo

“Viandante sul mare di nebbia”, Caspar David Friedrich 

Buonasera! 

Ciò su cui ci soffermeremo oggi è il concetto del Superuomo, introdotto dal filosofo Friedrich Wilhelm Nietzsche in una delle sue opere più famose, ossia “Così parlò Zarathustra”. Zaratustra è un personaggio molto importante perché è colui che riesce a far comprendere all’uomo che deve elevarsi, che deve affermare se stesso in modo più completo. 

Andiamo all’etimologia del termine: il termine “superuomo” deriva dal tedesco “übermensch” che a sua volta deriva dal greco “uperantropos”, il quale è stato attestato nel I secolo a.C. da Dionigi di Alicarnasso e nel II secolo d.C. da Luciano. 

Il Superuomo deve essere in grado di esaltare i suoi valori dinanzi alla morale comune e deve tornare allo spirito dionisiaco, ovvero deve seguire le sue passioni (che si contrappone allo spirito apollineo, cioè un agire razionale). Nietzsche era ateo e si distaccava dallo spiritualismo ascetico, dando maggiore importanza alla natura; di fatti, egli credeva vi fosse una sola vita terrena e che l’uomo fosse in fondo solamente un corpo. 

Il Superuomo ha l’obiettivo di scovare una felicità immanente attraverso la creatività non in un universo trascendente, ma trascendentale proprio per quanto detto sopra. Esso è il grado più alto dell’evoluzione umana e contrappone il dovere alla volontà. Inoltre, ciò che deve muovere l’uomo è la volontà di potenza ma attenzione: con ciò non si intende una volontà di dominio o di prevaricare gli altri, anzi. Non ci si riferisce tanto a un capo carismatico, quanto a un annunciatore di una nuova figura di uomo. Secondo il filosofo, il Superuomo è ciò a cui si deve tendere e per cui si deve essere educati. Affinché possa emergere, è necessario trovare le giuste condizioni fisiche e psichiche interne ed esterne; per fare questo, da una parte si deve osservare lo splendore culturale e politico prodotto dalla selezione psicofisica della precedente aristocrazia che ebbe inizio con il Rinascimento italiano e culminò nel ‘700 in Francia, dall’altra quello dell’antico ginnasio greco o della Repubblica di Platone che aveva come obiettivo la creazione del guerriero-filosofo. Per tale ragione, Nietzsche apprezzava molto la tragedia greca, in particolar modo quella di Eschilo, poiché la riteneva un modello educativo alla tragicità della vita e grazie all’istinto dell’uomo rinascimentale che era in grado di andare ben oltre. 

Per divenire Superuomo, vi sono tre tappe fondamentali:

  • Una volontà costruttiva capace di contrastare gli ideali prestabiliti;
  • Superare il nichilismo mediante la gioia tragica e il recupero della volontà di potenza;
  • Promuovere il processo di creazione e rigenerazione dei valori prendendo parte alla dimensione morale dell'”amor fati”, il quale delinea un eterno amore gioioso sotto ogni aspetto. 

Il concetto del Superuomo lo riscontriamo anche in Gabriele D’Annunzio che lo riprende da Nietzsche, appunto. Tuttavia vi è una differenza, ossia il fatto che nelle sue opere l’uomo intreccia relazioni con varie amanti ed è soprattutto per questo che entra in gioco il Superuomo. D’Annnunzio propina un Superuomo che sappia controllare le sue passioni, specie per quanto riguarda le donne. 

Questo concetto è senz’altro molto bello, profondo ma lo condivido fino a un certo punto a causa del fatto che Nietzsche era ateo, mentre io sono credente e ho una fede ben salda. Essere legati alla natura va bene, ma bisognerebbe avere prima di tutto un legame con colui che le ha dato vita. Naturalmente, questo è un pensiero personale. Probabilmente molti di voi la penseranno in maniera diversa e, in fondo, il mondo è bello perché è vario.

Un bacio a tutti! 🙂 

Annunci

Trittico del Giardino delle delizie, Hieronymus Bosch

Buonasera! 

Finalmente rieccomi qui a dedicarmi all’ambito artistico. Stavolta, sotto richiesta di Vincenzo, analizzeremo un quadro del pittore olandese Hieronymus Bosch che ho scelto personalmente e si tratta del Trittico del Giardino delle delizie. Tutti i quadri di quest’artista si presentano alquanto bizzarri, spesso anche macabri. Ce ne sarebbero stati tanti da scegliere ma dovendone analizzare uno, al momento, mi sono sentita di scegliere questo perché mi ha molto colpito la sua struttura e la sua originale composizione. Nello specifico il dipinto è questo: 

È stato dipinto nel 1480-1490 circa, olio su tavola, le sue dimensioni sono 220×389 centimetri ed è ubicato presso il Museo del Prado di Madrid. 
Esso è incentrato su delle scene bibliche; difatti, il pannello di sinistra indica l’Eden, il paradiso terrestre, quello centrale il giardino delle delizie da cui il quadro prende nome e quello destro l’inferno musicale. Si pensa che tale opera sia una descrizione della storia dell’umanità mediante la dottrina cristiana medievale. Secondo alcuni studiosi rappresenta invece un ammonimento agli uomini per i pericoli legati alle tentazioni della vita; in seguito vi furono altre interpretazioni che si divisero in due filoni, ossia coloro che ritenevano che il pannello centrale fosse un insegnamento morale per l’uomo e coloro che credevano fosse una visione del paradiso perduto. 

Ma prima di concentrarci sul dipinto in sé, facciamo qualche breve accenno storico: molto probabilmente il committente fu Enrico III di Nassau-Breda, ovvero il Governatore di alcune province appartenenti agli Asburgo nei Paesi Bassi. Egli pare collezionasse opere d’arte e che condividesse questa passione con l’amico Filippo il Bello. Difatti si dice che entrambi apprezzassero le opere di Bosch e che fosse in atto una “sfida” per stabilire chi dovesse possederle. Il Trittico del Giardino delle delizie sarà stato richiesto per celebrare delle nozze, cosa che accadde molto spesso con i dipinti italiani, un esempio può essere Primavera di Sandro Botticelli ma potremmo stare qui ad elencarne molti altri. 

Quando Enrico III morì, il dipinto andò nelle mani del nipote Guglielmo I d’Orange. Nel 1568 il Duca d’Alba confiscò il quadro e lo portò in Spagna dove poi divenne proprietà del figlio don Fernando di Toledo, dell’ordine di San Giovanni. Alla sua morte, durante la sua asta Filippo II di Spagna comprò il dipinto (nel 1591) e nel 1593 lo portò presso l’Escorial di Madrid. Solo nel 1939 il quadro venne portato presso il Museo del Prado insieme ad altre opere dell’artista. Tuttavia non fu molto ben conservato tant’è che nella parte centrale intorno alle giunture dei pannelli ha perso un po’ di colore. Nel 2009 il Museo del Prado riconobbe il quadro come il più importante all’interno dell’edificio al punto da inserirlo su Google Earth con una risoluzione di 14.000 megapixel, pensate un po’! 

Ora possiamo passare all’analisi di ogni singola parte del dipinto. 

Intanto, cosa molto particolare e originale, esso è formato da un pannello centrale quadrato e ai lati vi sono due ali rettangolari che è possibile chiudere. Vi faccio capire meglio: 

Ecco, adesso credo abbiate compreso. Immaginate che sia un armadio o magari potremmo paragonarlo anche ad un portagioie. Il Trittico chiuso mostra totalmente un altro scenario. 
Si tratta della creazione del mondo che viene rappresentata con la tecnica della grisaglia, ossia delle sfumature a monocromo di bianco e grigio utilizzate per esaltare la vivacità dei colori dei pannelli interni contrariamente a quelli esterni. Tra l’altro questa tecnica era molto usata dai fiamminghi. Altra ragione per cui in questo caso viene utilizzata è probabilmente per rappresentare il periodo precedente alla creazione del Sole e della Luna. Molto comunemente si sostiene anche che il Trittico chiuso indichi il mondo nel terzo giorno della Genesi. 

Come potete vedere, la Terra è raffigurata come una grande sfera fluttunte con dei fasci di luce che appaiono soprattutto sul lato sinistro. Dio si trova in alto a sinistra immerso quasi nell’oscurità ed è di piccole dimensioni. Siede su un trono, indossa una corona papale e tiene una Bibbia in mano. Egli circonda la terra e ha un’espressione piuttosto indecisa, i suoi gesti sono esitanti come se si rendesse conto che gli sia già sfuggito di mano il controllo del mondo appena creato. All’interno della sfera vi sono i primi elementi di vegetazione, tuttavia non si riesce a capire se vi sono anche forme rocciose o di minerali. Intorno vi è il mare che viene illuminato da alcuni raggi che provengono da sopra. In alto al Trittico chiuso vi è inoltre una scritta latina molto importante: “Ipse dixit et facta sunt, ipse mandavit et creata sunt”, cioè “Egli stesso lo disse e le cose furono fatte, egli stesso comandò e le cose furono create”. In riferimento a questa frase, alcuni studiosi sostengono inoltre che il Trittico chiuso mostri il mondo dopo il diluvio universale, soprattutto il ritiro delle acque, che si contrappone invece al Trittico interno che starebbe ad indicare i momenti di perdizione prima del diluvio. 

Adesso passiamo ai pannelli interni. Il pannello di sinistra rappresenta, come avevamo già detto, il paradiso terrestre e più precisamente raffigura il momento in cui Dio porta Eva al cospetto di Adamo, il quale sembra quasi destarsi da un sonno profondo. Dio cinge un polso ad Eva ed è come se con tale gesto desse la sua approvazione per l’unione dei due. Eva tende ad evitare di guardare Adamo anche se secondo alcuni critici, ella piuttosto mostra il suo corpo all’uomo in modo seducente; quest’ultimo dal canto suo è stupito. Questo stupore si pensa possa essere dovuto a tre fattori: in primo luogo, il fatto che Eva venga affiancata da Dio; in secondo luogo, il fatto che lei sia stata creata dalla costola di Dio e mostri la sua stessa natura e in terzo luogo il fatto che Adamo senta il bisogno di riprodursi e dunque di unirsi in intimità con Eva. Dio è molto più giovane rispetto a quanto appare sul Trittico chiuso ed ha inoltre capelli dorati e occhi azzurri; questa immagine potrebbe essere un pretesto usato dall’autore per esprimere la concezione di Cristo come incarnazione della parola di Dio. 

Dietro Eva vi sono inoltre alcuni animali che giocano, ad esempio dei conigli che simboleggiano la fertilità e una dracaena che potrebbe simboleggiare la vita eterna. Ma non è tutto poiché sono presenti anche altri animali. Difatti, proprio davanti a Dio, Adamo ed Eva si apre una fossa circolare contenente acqua da cui fuoriescono animali sia reali che inventati da Bosch. Abbiamo un pesce con mani umane e becco di anatra che tiene un libro e intorno a lui ci sono altri animali che per il loro colore scuro si mimetizzano a quello dell’acqua. Fuori dall’acqua vi sono rapaci che mangiano rane, un uccello a tre teste e altri uccelli ancora; un gatto poi è intento a stringere una preda in bocca. 

Al fianco di Adamo troviamo un albero esotico abbastanza strano con una pianta rampicante di frutti rossi. Immediatamente dietro si apre una discesa nella quale si trovano degli alberi carichi di frutti; questa discesa conduce a un lago dalle acque cristalline. Al centro del lago si erge una struttura rosa composta da parti in vetro e da gemme preziose; secondo alcuni rappresenterebbe la “Fontana della vita”. Su di essa si posano diversi uccelli e tra l’altro questa struttura ha anche una funzione compositiva: dal momento che il suo colore è simile alla veste che indossa Dio, l’occhio dell’osservatore viene orientato verso il fulcro della scena. 

Sulla destra vi è poi una pietra su cui si adagiano vari animali e dietro a essa, leggermente distante, abbiamo un albero piuttosto piccolo su cui è aggrovigliato un serpente che, naturalmente, indica la tentazione di Eva. Sulla roccia si arrampica anche un topo che, esattamente come il serpente, è un simbolo fallico. Sulla sinistra, proprio sulla riva del lago, sono presenti degli animali che bevono e alcuni di essi sono inventati, come l’unicorno. In lontananza troviamo altri animali che sono perlopiù reali, come l’elefante e la giraffa, a differenza di quelli che vediamo vicino ai tre personaggi che sono soprattutto fantastici. Guardando bene possiamo notare anche delle forme rocciose e altre di vegetazione che somigliano quasi a delle capanne al cui interno abitano altri animali molto strani. Secondo la critica storica dell’arte Virginia Tutle, ciò che raffigura il pannello sinistro non è convenzionale e non si può riscontrare in nessuno degli eventi appartenente al Libro della Genesi che appaiono di solito nell’arte occidentale. 

Passiamo al pannello centrale: esso sembra quasi una continuazione del pannello precedente grazie al colore verde che richiama il giardino. Inoltre i due laghi richiamano quello del pannello sinistro. Ciò che vediamo è il giardino delle delizie, appunto, in cui varie figure nude sia femminili che maschili sono impegnate in rapporti amorosi tutt’altro che casti, alcuni in coppia e altri in gruppo; vi sono tanti altri strani animali e anche frutti che vengono rappresentati secondo dimensioni sproporzionate e sono carichi di significati simbolici. Gli uomini e le donne non hanno alcun pudore, tanto che secondo alcuni critici questi esprimono una curiosità carnale adolescenziale. Tale pannello si suddivide in tre zone principali. 

La prima, quella proprio in primo piano, ha una discesa sulla sinistra che conduce poi al lago; vi sono tanti gruppi di persone senza veli alle prese con strani vegetali, minerali e conchiglie oppure mentre si cibano di grandi frutti, soprattutto fragole e more, che simboleggiano chiaramente la sessualità. O magari sono anche alle prese con degli uccelli piuttosto grandi, specialmente sulla sinistra dove c’è il lago.   

Proprio nel punto in cui vi è il lago, si staglia una striscia di alberi che divide il lago dall’altro spazio verde. Sembrerebbero due giardini diversi. Sulla destra troviamo delle figure sia dalla pelle bianca che dalla pelle nera e alcune di esse hanno una peluria castana dalla testa ai piedi; gli studiosi sostengono che tali figure nello specifico rappresentino l’uomo primitivo ma non è evidente la ragione della loro presenza nel dipinto. Sempre a destra è presente una piccola grotta da cui esce appena appena un uomo, l’unico ad indossare degli indumenti, che punta il dito verso una donna vicino a lui. È l’unica figura ad avere dei capelli scuri e ad avere dei tratti del viso marcati. Si pensa che tale uomo possa essere Bosch stesso. La donna verso cui egli punta il dito si trova all’interno di un cilindro trasparente e ha la bocca sigillata come se nascondesse qualcosa. Andando più verso il centro ma comunque in basso vi è un uomo con una corona di petali sul capo che avvolge una grande fragola e accanto altre due figure che osservano un altro frutto. 

In questa zona vi sono più che altro dei piccoli uomini adagiati su delle grandi anatre o altri uccelli che sono sovrastati da enormi frutti e fiori; poi notiamo perfino un pesce sul prato, uccelli fermi sull’acqua, personaggi all’interno di bolle d’acqua o addirittura di fragole e lamponi. Per esempio, una donna ha una ciliegia sul capo che sta ad indicare l’orgoglio. Altri uomini mangiano invece frutti venendo imboccati sia da animali che da altri personaggi. 

Nella zona centrale del pannello vediamo invece “la cavalcata della libidine attorno alla fontana della giovinezza” in cui sia uomini che donne cavalcano animali di varia natura ripresi dagli antichi bestiari medievali; un uomo esegue una capriola sul suo destriero e mostra le parti intime probabilmente per catturare lo sguardo delle donne a lui vicine. In tutto ciò, tanti uccelli sono in acqua e alcuni pesci alati vanno sul terreno dove a volte vengono trasportati o cavalcati da uomini. Vi sono poi altri animali inventati che somigliano a delle lucertole e strisciano sul prato; poi ancora dei personaggi sono all’interno di conchiglie o tra grandi petali e tanti di loro mangiano bacche, fragole o ciliegie. Importante è ad esempio la figura all’interno del lago che ha una grande ciliegia tra le gambe ed è a testa in giù: il fatto che il frutto sia fra le gambe, sta ad indicare la procreazione. Nella fonte al centro vi sono alcune donne che fanno il bagno e che hanno degli uccelli in testa dai significati simbolici, ad esempio corvi che indicano l’incredulità o i pavoni che indicano la vanità. Entrambi i laghi, sia quello sulla sinistra che quello al centro, ospitano sia figure femminili che maschili e i loro corpi sono ornati da frutti, bacche e volatili. Sullo sfondo è possibile notare quattro strutture dalle forme bizzarre e suggestive che si pensa derivino da un linguaggio alchemico. Nel cielo alle loro spalle vi sono figure in volo: a sinistra un uomo cavalca una specie di grifone e tiene una pianta su cui si poggia un uccello rosso. Questa pianta simboleggia l’albero della vita. A destra, invece, un cavaliere con la coda di un delfino cavalca un pesce alato tenendo fra le mani un bastone sul quale è appesa un ciliegia; la coda del cavaliere si piega quasi a toccare la sua testa e ciò si riferisce all’Uroboro, cioè simbolo dell’eternità. Sulla destra vicino all’altra struttura vi sono due uomini alati: uno trasporta un pesce e l’altro una ciliegia. Si pensa che in questa fase del dipinto vi sia la massima espressione della fantasia di Bosch e che le figure in volo rappresentino un passaggio tra il mondo terreno e il paradiso vero e proprio. Ai piedi di queste particolari strutture sono presenti dei gruppi di persone: a sinistra una piccola folla sorregge un enorme frutto, ossia la mela di Adamo. Nel lago vediamo una sirena e un tritone, simbolo dell’amore nel quattrocento. Nelle vicinanze vi è un uovo rotto il quale è molto ricorrente nelle opere dell’artista assumendo ogni volta diversi significati. 

Ora è giunto il momento di analizzare l’ultimo pannello, ovvero quello destro che raffigura l’inferno musicale. A differenza degli altri due pannelli, qui prevalgono i colori scuri e l’ambiente fa quasi rabbrividire perché indica la dannazione eterna dal momento che le anime sono state distrutte dalle tentazioni del male, per cui ora subiscono solamente torture. I colori cupi fanno sì che il luogo risulti inospitale e capace di far cadere nello sconforto. A contrastare ciò vi sono le fiamme dei roghi le quali rappresentano il fatto che la punizione divina si manifesta sotto qualunque forma e che è impossibile sfuggirne. Anche questo pannello si suddivide in tre zone principali. In primo luogo, abbiamo lo sfondo: abbiamo un incendio, le fiamme si propagano quasi e colorano di sangue l’acqua sottostante. Dalle porte e dalle finestre escono dei fasci di luminosi che illuminano delle creature in controluce; se guardate bene, più sotto vedrete degli uomini che lasciano il “campo di battaglia”, mentre altri sono in procinto di bruciare un altro villaggio vicino. Come avrete compreso, in questa zona del dipinto vi sono molti giochi di luce che creano un’atmosfera suggestiva ma non solo, direi anche quasi spettrale. Nella parte centrale del quadro, invece, ciò che salta all’occhio è la figura dell’uomo-albero: il suo corpo viene retto grazie a dei tronchi marci che finiscono su piccole barche all’interno del lago sottostante. La sua testa sorregge un cerchio bianco sul quale vi sono vittime e demoni e proprio vicino è presente una zampogna rosa che ricorda più il cuore umano. Il torso di quest’uomo-albero è rappresentato da un uovo aperto che viene trafitto dai rami che partono dal tronco ed è abitato da biscazzieri; fuori da quest’uovo abbiamo una scala su cui un uomo, dal colore grigio e con una freccia che gli trafigge il collo, si appresta a salire. Lo sguardo dell’uomo-albero è rivolto verso di noi e ha un’aria afflitta e rassegnata ma a mio parere anche inquietante. Molti critici ritengono che quest’uomo possa essere lo stesso Bosch poiché s’intravede una certa ironia che potrebbe confermare la sua vena artistica, la sua fantasia e il suo modo di vedere le cose. 

Sopra all’uomo albero vediamo inoltre un paio di orecchie piuttosto grandi attraversate dalla lama di un coltello su cui è incisa la lettera M che secondo alcuni sarebbe l’iniziale del termine “Mundus”, ossia “Mondo”; i critici non sono ancora riusciti a capire il significato di quest’immagine. Se davvero fosse così, secondo me starebbe ad indicare che il mondo, tutto ciò che ci circonda distrugge il nostro udito quasi fino a renderci sordi e quindi incapaci di ascoltare le cose realmente importanti. Sulla destra vi è un cavaliere che tiene in mano una specie di “graal” e viene inchiodato sul pavimento da alcuni cani infernali; anche a questo particolare non si è ancora riusciti a trovare un significato. Dal momento che si tratta di un cavaliere, una possibile interpretazione potrebbe essere che egli in vita abbia ucciso un certo numero di persone innocenti e che adesso si ritrova a subire torture, nello specifico essere attaccato da questi cani che certamente non intendono fargli del bene. Più in là ci sono uomini che vengono imprigionati in alcune grandi brocche e vessati da demoni di qualunque forma. Sul lago di ghiaccio sottostante delle vittime pattinano in maniera goffa, mentre pezzi di altre vittime galleggiano nell’acqua gelida. 

Per quanto riguarda la parte inferiore del dipinto, vi è un mostro con la testa di uccello che siede su un trono e divora dei dannati che poi defeca dentro a un buco proprio sotto il trono; inoltre ai piedi anziché delle scarpe indossa dei casi e sul capo ha un calderone che utilizza come se fosse una corona. Difatti, per tale elemento, viene considerato il “Principe dell’Inferno”. Più lontano vi è poi un uomo disteso su un letto che viene disturbato da diavoli che vogliono punire la sua accidia, un avaro che espelle monete d’oro e un goloso che vomita del cibo che ha ingerito. Abbiamo anche una donna che giace per terra nuda e priva di sensi e paga il suo peccato di superbia e un demone con la testa di lepre che punisce tutti coloro che hanno peccato di lascivia. In basso a destra una scrofa che indossa un velo da suora punisce un uomo che ha peccato di avidità costringendolo a firmare dei documenti legali. Sulla sinistra, invece, vi è un gruppo di persone l’una sopra all’altra e si tratta di coloro che hanno peccato a causa del gioco d’azzardo; ciò si evince dalla presenza di dadi e carte sul pavimento. Questi vengono trafitti da parte dei demoni con lance, spade in varie zone; viene trafitta perfino una mano benedicente e qui è chiaro che viene contrastata la protezione divina. In questo scenario è molto chiaro il riferimento ai sette peccati capitali a cui peraltro Bosch s’interessò molto dipingendone perfino un’opera d’arte che si chiama proprio “I sette peccati capitali”. Tutte le figure nude su questo pannello si differenziano da quelle del pannello centrale poiché hanno pudore e cercano di coprire con le mani il proprio corpo dal momento che sono ormai dannate, mentre le altre sono del tutto disinibite e si danno ai piaceri sfrenati. Si chiama “Inferno musicale” perché, se avete visto, vi sono anche figure morte adagiate su degli strumenti musicali. 

Bosch ha dipinto anche altri trittici che sono altrettanto particolari, questo non è l’unico. 

Molti studiosi si sono a lungo dedicati all’interpretazione di quest’opera ma con scarsi risultati perché ritenuta molto complessa. È possibile analizzare i singoli elementi ma non complessivamente, secondo il loro parere. Diciamo che le due interpretazioni maggiormente tenute in considerazione sono le seguenti: la prima è la creazione dell’uomo che man mano diviene corrotto a causa dei suoi numerosi peccati e di conseguenza finisce all’inferno subendo torture; la seconda è il fatto che diversi moralisti contemporanei a Bosch ritenevano che la donna fosse la chiave che conducesse l’uomo a un’esistenza di lussuria e peccato, e dunque ciò potrebbe spiegare perché nel pannello centrale prevalgono figure femminili. 

Nonostante sia un’opera di difficile interpretazione, ne ho elaborato una mia: credo che Bosch volesse sottolineare il fatto che Dio abbia creato l’uomo e la donna in modo perfetto ma che poi entrambi si perdono strada facendo, nel corso della loro vita. Chi si dedica ai rapporti sessuali senza darne alcuna importanza, chi si lascia trascinare dal gioco d’azzardo finendo con lo sprecare e rovinare la propria vita e il risultato è che il conto arriva dopo. Ciò che Bosch vuole trasmettere è la perdita dei veri valori, invitando a riflettere su quali siano quelli davvero importanti; un invito a capire che si deve pensare prima alle proprie azioni per evitare di pentirsene solo successivamente. Illustra proprio ciò che accade dopo la morte se noi commettiamo dei gravi peccati. Questo dipinto mi fa molto pensare alla Divina Commedia perché Dante all’inferno scorgeva tutti coloro che avevano peccato in svariati modi e li vedeva soffrire, scontare la loro pena. E nell’ultimo pannello del Trittico accade la stessa cosa. 

Penso che Bosch sia stato un pittore dalle mente eccezionale per la sua enorme fantasia e perché era capace di mettere insieme elementi apparentemente macabri e strani che se osservati con attenzione rivelavano delle cose di notevole spicco. Il “Trittico del giardino delle delizie” suscita per prima cosa angoscia e penso che il primo intento di Bosch fosse esattamente questo per poi comunicare qualcos’altro, poiché si deve andare ben oltre i bizzarri scenari. 

Se avete altre richieste, non esitate a farle, sarò lieta di leggerle e di assecondarle.

Un abbraccio a tutti! 🙂 

Solito problema! 

Salve, scusatemi se ieri non ho più messo l’articolo riguardante l’ambito artistico ma ho sempre il solito problema con il computer, per cui dovrete pazientare. Spero di riuscire a caricarlo domani. 

A prestissimo e scusate ancora! 🙂 

14 Luglio: festino di Santa Rosalia, patrona di Palermo

Buonasera! 

Oggi avrei dovuto dedicarmi a un articolo di ambito artistico (che rimanderò a domani, promesso!) ma mi sento di dovervi parlare di una festa piuttosto importante che tra l’altro considero anche arte e adesso vi spiegherò la ragione. 

In questo preciso istante la città di Palermo, la mia splendida città, è in festa poiché ne festeggia la sua patrona come ogni 14 di Luglio: Santa Rosalia. Di fatti, questa sera è il 393esimo festino di Santa Rosalia, evento importante e caratteristico. 

Innanzitutto, molte strade vengono chiuse perché la gente occupa diversi luoghi, specie dal Corso Vittorio Emanuele in avanti per poi scendere verso Porta Felice; per cui coloro che vogliono recarvisi, devono necessariamente parcheggiare l’auto un po’ più lontano o andare direttamente a piedi per evitare la ricerca di un posteggio. Il festino si svolge presso la via Messina Marine che comprende anche il Foro Italico, un grandissimo spazio all’aperto immerso nel verde e se si va più in fondo vi sono anche il mare e gli scogli. I preparativi iniziano già diversi giorni prima, ossia le varie bancarelle di frutta secca, di dolciumi (quali caramelle, zucchero filato, eccetera) ma anche di giocattoli per bambini. Vi sono poi i venditori di sfincione e di lumache e questo è uno degli elementi cardine del festino: di fatti, molte persone si armano di seggioline, sedie e magari anche un tavolino per sedersi e mangiare un piatto di lumache condite con salsa di pomodoro o semplicemente in bianco con aglio e prezzemolo; inoltre, tanti le portano con sé da casa già cotte senza dunque comprarle sul luogo. Nel corso della serata vi è musica ad alto volume che si diffonde per l’intera via, diverse attrazioni (questa sera ad esempio si sono esibiti dei trapezisti) ma soprattutto un bagno di folla. Non sto scherzando! Non avete idea di quanta gente partecipi a questo evento, tanto da far fatica a camminare perché si è davvero in moltissimi! Ci si scontra continuamente.

Al Foro Italico sono presenti anche dei ristoranti, gelaterie, bar e pizzerie. Quindi, ci sono anche coloro che decidono di fermarsi a cenare lì e godersi l’evento proprio dall’inizio. Tutto comincia intorno alle 19 e va avanti fino a tarda notte perché non vi ho ancora parlato delle due cose più belle. La prima è che a mezzanotte viene tirato fuori il carro di Santa Rosalia ed è diverso ogni anno. Addirittura, c’è stato un anno in cui la patrona giaceva su una grande barca e la vela di essa era cosparsa di veri diamanti Swarovski! Sicuramente in determinati anni è stato più bello, in altri un po’ meno ma è sempre piacevole vederlo e soprattutto aspettarlo con curiosità perché non si sa come sarà. Dopo l’uscita del carro (e questa è la seconda cosa) viene dato il via ai fuochi d’artificio che sono a dir poco spettacolari. Il tutto accompagnato dalla musica. L’anno scorso ad esempio sono stati lanciati a ritmo di Andrea Bocelli, di Luciano Pavarotti e non solo. Pensate che i fuochi d’artificio del festino di Santa Rosalia sono stati ritenuti i più belli in assoluto, perfino superiori a quelli di New York che vengono lanciati durante una festa in particolare che al momento non ricordo. Cosa importante è poi la durata di questi fuochi perché possono protrarsi per circa un’ora o anche due! Naturalmente il pavimento trema poiché i botti sono molto forti ma pensate un po’ all’adrenalina e alla possibilità di assistere a tanta bellezza. Credo siano indescrivibili e che sia necessario vederli con i propri occhi per apprezzarli pienamente. Ecco perché il festino è arte: per il carro, per i fuochi d’artificio stupendi. Ma è anche arte di stare insieme. Vi è gente di ogni età, da sola ma soprattutto in compagnia perché diventa un modo per trascorrere del tempo insieme. 

Il festino di Santa Rosalia viene curato nei minimi dettagli, devo dire e ciò è molto bello. Non so se voi siete mai stati a Palermo e se avete partecipato a questo evento ma in caso non lo abbiate fatto, vi consiglio di farlo. E al di là del festino, io consiglio a tutti di vedere la città di Palermo perché è meravigliosa e non lo dico solo perché è la mia città ma perché è una bellezza oggettiva per tutta una serie di cose. Tant’è vero che è stata nominata capitale della cultura del 2018 e ciò non può che rendermi fiera. Palermo e la sua magnificenza andrebbero valorizzate di più sotto diversi aspetti ed io spero veramente in un cambiamento positivo prima o poi perché è un tesoro di cui ancora nessuno si è preso cura nel modo giusto e intendo anche dal punto di vista lavorativo.  Per cui, davvero, se e quando ne avrete la possibilità, trascorrete dei giorni a Palermo perché non ve ne pentirete, ne vale veramente la pena. E se potete prendere parte al festino sarà anche meglio, soprattutto per chi ama i luoghi di confusione e perché no, anche di divertimento. Ad ogni modo, ora vi mostrerò delle foto e se avrete voglia di vedere i fuochi d’artificio magari degli anni precedenti o anche dell’anno scorso, su you tube li potrete trovare. 

Carro dell’anno scorso 

Bancarella di frutta secca (la più bella e caratteristica, a mio parere, visto che è interamente disegnata e a scala con i vari tipi di frutta secca) e immagini della folla a Porta Felice, luogo da cui esce il carro per poi andare al Foro Italico. 

Un bacio a tutti! 🙂 

“Canto notturno di un pastore errante dell’Asia”, Giacomo Leopardi e “L’arte di essere fragili”, Alessandro D’Avenia

Buonasera! Oggi analizzeremo una delle più belle composizioni di Giacomo Leopardi, come avrete capito dal titolo dell’articolo. Di seguito il testo:  

“Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai,

Silenziosa luna?

Sorgi la sera, e vai,

Contemplando i deserti; indi ti posi.

Ancor non sei tu paga

Di riandare i sempiterni calli?

Ancor non prendi a schivo, ancor sei vaga

Di mirar queste valli?

Somiglia alla tua vita

La vita del pastore.

Sorge in sul primo albore

Move la greggia oltre pel campo, e vede

Greggi, fontane ed erbe;

Poi stanco si riposa in su la sera:

Altro mai non ispera.

Dimmi, o luna: a che vale

Al pastor la sua vita,

La vostra vita a voi? dimmi: ove tende

Questo vagar mio breve,

Il tuo corso immortale?

Vecchierel bianco, infermo,
Mezzo vestito e scalzo,

Con gravissimo fascio in su le spalle,

Per montagna e per valle,

Per sassi acuti, ed alta rena, e fratte,

Al vento, alla tempesta, e quando avvampa

L’ora, e quando poi gela,

Corre via, corre, anela,

Varca torrenti e stagni,

Cade, risorge, e più e più s’affretta,

Senza posa o ristoro,

Lacero, sanguinoso; infin ch’arriva

Colà dove la via

E dove il tanto affaticar fu volto:

Abisso orrido, immenso,

Ov’ei precipitando, il tutto obblia.

Vergine luna, tale

E’ la vita mortale.

Nasce l’uomo a fatica,
Ed è rischio di morte il nascimento.

Prova pena e tormento

Per prima cosa; e in sul principio stesso

La madre e il genitore

Il prende a consolar dell’esser nato.

Poi che crescendo viene,

L’uno e l’altro il sostiene, e via pur sempre

Con atti e con parole

Studiasi fargli core,

E consolarlo dell’umano stato:

Altro ufficio più grato

Non si fa da parenti alla lor prole.

Ma perchè dare al sole,

Perchè reggere in vita

Chi poi di quella consolar convenga?

Se la vita è sventura,

Perchè da noi si dura?

Intatta luna, tale

E’ lo stato mortale.

Ma tu mortal non sei,

E forse del mio dir poco ti cale.

Pur tu, solinga, eterna peregrina,
Che sì pensosa sei, tu forse intendi,

Questo viver terreno,

Il patir nostro, il sospirar, che sia;

Che sia questo morir, questo supremo

Scolorar del sembiante,

E perir dalla terra, e venir meno

Ad ogni usata, amante compagnia.

E tu certo comprendi

Il perchè delle cose, e vedi il frutto

Del mattin, della sera,

Del tacito, infinito andar del tempo.

Tu sai, tu certo, a qual suo dolce amore

Rida la primavera,

A chi giovi l’ardore, e che procacci

Il verno co’ suoi ghiacci.

Mille cose sai tu, mille discopri,

Che son celate al semplice pastore.

Spesso quand’io ti miro

Star così muta in sul deserto piano,

Che, in suo giro lontano, al ciel confina;

Ovver con la mia greggia

Seguirmi viaggiando a mano a mano;

E quando miro in cielo arder le stelle;

Dico fra me pensando:

A che tante facelle?

Che fa l’aria infinita, e quel profondo

Infinito Seren? che vuol dir questa

Solitudine immensa? ed io che sono?

Così meco ragiono: e della stanza

Smisurata e superba,

E dell’innumerabile famiglia;

Poi di tanto adoprar, di tanti moti

D’ogni celeste, ogni terrena cosa,

Girando senza posa,

Per tornar sempre là donde son mosse;

Uso alcuno, alcun frutto

Indovinar non so. Ma tu per certo,

Giovinetta immortal, conosci il tutto.

Questo io conosco e sento,

Che degli eterni giri,

Che dell’esser mio frale,

Qualche bene o contento

Avrà fors’altri; a me la vita è male.

O greggia mia che posi, oh te beata,
Che la miseria tua, credo, non sai!

Quanta invidia ti porto!

Non sol perchè d’affanno

Quasi libera vai;

Ch’ogni stento, ogni danno,

Ogni estremo timor subito scordi;

Ma più perchè giammai tedio non provi.

Quando tu siedi all’ombra, sovra l’erbe,

Tu se’ queta e contenta;

E gran parte dell’anno

Senza noia consumi in quello stato.

Ed io pur seggo sovra l’erbe, all’ombra,

E un fastidio m’ingombra

La mente, ed uno spron quasi mi punge

Sì che, sedendo, più che mai son lunge

Da trovar pace o loco.

E pur nulla non bramo,

E non ho fino a qui cagion di pianto.

Quel che tu goda o quanto,

Non so già dir; ma fortunata sei.

Ed io godo ancor poco,

O greggia mia, nè di ciò sol mi lagno.

Se tu parlar sapessi, io chiederei:

Dimmi: perchè giacendo

A bell’agio, ozioso,

S’appaga ogni animale;

Me, s’io giaccio in riposo, il tedio assale?

Forse s’avess’io l’ale
Da volar su le nubi,

E noverar le stelle ad una ad una,

O come il tuono errar di giogo in giogo,

Più felice sarei, dolce mia greggia,

Più felice sarei, candida luna.

O forse erra dal vero,

Mirando all’altrui sorte, il mio pensiero:

Forse in qual forma, in quale

Stato che sia, dentro covile o cuna,

E’ funesto a chi nasce il dì natale.”

Esso è un canto che Leopardi compose a Recanati tra il 1829 e il 1830 ed è formato da settenari ed endecasillabi. 

Ma concentriamoci sul significato. Possiamo benissimo percepire il famoso pessimismo che caratterizza l’autore. Una uomo, un pastore appunto, si rivolge alla luna, la interroga quasi. Le domanda come si svolgono le sue giornate, quando si posa  sul deserto, per poi affermare che la vita di un pastore è per certi versi simile a quella della luna. Di fatti, il pastore si alza all’alba, si occupa del gregge e vede boschi, fontane e quando sorge la sera, è il momento di riposare. Il pastore si chiede tra l’altro a cosa valga la sua vita così come quella della luna, almeno inizialmente. Dopo riflette maggiormente su questo aspetto e ne deduce che in realtà è la vita della luna ad essere migliore, così come quella di tutti gli altri esseri viventi poiché gli uomini sono destinati inevitabilmente al patimento, alla sofferenza, magari anche alla povertà e al duro lavoro e infine alla morte. Proprio per tale ragione la definisce una vita “mortale”. Mentre la luna è destinata sempre a brillare su nel cielo senza fine. Il pastore si chiede perfino per quale ragione il suo gregge stando steso sull’erba si goda la quiete, mentre lui venga assalito dalla noia. Molto significativa la frase finale in cui dice che in qualunque forma, in qualunque stato si trovi, è funesto colui che nasce. 

Come di consueto, in questi versi è possibile leggere il dolore del poeta che ha radici molto profonde: le condizioni di salute, le sventure in amore e semplicemente il fatto stesso di essere destinato a morire. Il pessimismo è molto forte. Leopardi è il mio personaggio preferito del panorama letterario poiché ha una dolcezza e una sensibilità smisurate, nonostante la sua disperazione. Riesce comunque a trasmettere piacevolezza nelle sue composizioni quando le si leggono ed è in grado di trasportare in un’altra dimensione. Inoltre, credo che lui debba essere un esempio per tutti quanti: nonostante le cattive condizioni di salute, non ha mai smesso di sognare e di scrivere, scrivere, scrivere. Lo fece fino al momento prima di andar via per sempre, quando scrisse “La ginestra”. Senza nulla togliere a tutte le altre grandi personalità del mondo letterario, penso che a Leopardi si dovrebbe dare molta più attenzione nelle scuole: far leggere molte più composizioni o perfino alcuni pezzi dello Zibaldone, il diario dell’autore. Bisognerebbe coinvolgere di più gli studenti affinché lo possano apprezzare perché purtroppo molti lo considerano semplicemente un pessimista esagerato che pensa solamente alla morte. No, non è così, è molto di più. Per fortuna, ad accorgersi di tutto ciò è stato lo scrittore e insegnante palermitano Alessandro D’Avenia con il suo ultimo romanzo ‘L’arte di essere fragili” che trovo eccezionale, profondo e nel quale ha riportato proprio la copia di una pagina dello Zibaldone, con la calligrafia di Leopardi, vi è perfino la data. Questo è un elemento piuttosto suggestivo e originale, e indica quanto Alessandro D’avenia tenesse particolarmente al tema trattato. Un romanzo che fa capire diverse cose e che va letto; è stato molto apprezzato. Bellissima anche la copertina, devo dire: 

Vedete? Addirittura “Come Leopardi può salvarti la vita”. Tutti dovrebbero cominciare a pensarla in questo modo, etichettare meno e immergersi davvero nelle righe di Leopardi per capire ciò che voleva comunicarci, i valori più importanti che dobbiamo sempre ricordare e quanto in realtà lui fosse legato alla vita e quanto la amasse, sebbene appaia l’opposto.  

Un abbraccio a tutti! 🙂 

Il concetto del Sublime

“Annibale e il suo esercito attraversano le alpi”, William Turner

Salve! 

Ciò di cui voglio parlarvi oggi è il concetto del Sublime di cui sicuramente la maggior parte di voi avrà sentito parlare o magari avrà incontrato durante il suo percorso di studi.
L’interpretazione più famosa e nota del Sublime è da attribuire al filosofo Immanuel Kant, ma in realtà questo tema ha origini molto più antiche. Il primo testo a stabilire il canone della bellezza assoluta, è il trattato intitolato “Sul Sublime” (I secolo d.C.) di Cassio Longino (anche se la sua attribuzione è dubbia). Abbiamo detto che questo fu un trattato che potremmo definire “estetico”; tuttavia, esso non riguarda esclusivamente l’analisi dei canoni di bellezza, ma si focalizza anche sull’effetto che il Sublime suscita nell’animo umano. Quest’opera ebbe un’influenza enorme per molti secoli, soprattutto nel Settecento quando il Sublime divenne l’elemento cardine dell’Estetica.
Lo studioso Edmund Burke, nel 1757, pose il concetto del Sublime su un livello ancor più elevato, anteponendolo al concetto stesso di Bello: ciò stravolse un’intera tradizione che fa riferimento all’idea del bello platonico. Tutto questo Burke lo espose nel suo trattato “Indagine sull’origine delle nostre idee di Sublime e Bello”. Egli innanzitutto catalogò gli oggetti che suscitano nell’animo umano il sentimento del Sublime; quindi, analizzò in che modo tali oggetti entrano in relazione con l’umano sentire e generano questa struggente emozione.
Burke operò una contrapposizione tra il Sublime e il Bello. Il primo affonda le sue radici nella paura che l’uomo prova dinanzi a fenomeni che egli avverte come distanti e pericolosi, terribili (ad esempio un mare burrascoso). Come si può immaginare, la paura maggiore dell’uomo è la morte e dunque il Sublime diviene una forza legata alla distruzione. Al contrario, il Bello è rappresentato come una forza costruttrice e generatrice, poiché invece sorge dalla componente vitale dell’uomo, che va verso la vita e si manifesta attraverso le relazioni interpersonali, i sentimenti positivi e la fecondità del pensiero, delle emozioni e anche della sessualità.
Secondo tale concezione, il Sublime non è altro che lo stupore che l’uomo prova quando si trova dinanzi alle forze maestose della natura, così potenti che possono mettere in pericolo la fragilità e la debolezza dell’effimera esistenza umana. L’uomo però non è totalmente sprovvisto di mezzi: mediante la ragione, l’uomo umilmente riconosce i suoi limiti e allo stesso tempo trova possibili soluzioni per comprendere i meccanismi naturali.
Come accennavo, sicuramente la posizione più celebre è quella di Kant, che egli espose nella “Critica del giudizio”. Secondo Kant vi sono due tipi di Sublime. Il primo è il Sublime dinamico, che come quello di Burke rappresenta una forza distruttrice e pone l’uomo di fronte all’immane potenza soverchiante della natura; il secondo è il Sublime matematico, ovvero la contemplazione dell’immensità della natura che non conduce a una visione annientatrice, ma al contrario porta la mente umana ad espandersi e ad esplorare nuove dimensioni, prima di tutto la dimensione etica e quella sovrasensibile. Per capire meglio di cosa stiamo parlando, basta far l’esempio di un bel tramonto: osservandolo, tutti noi rimaniamo estasiati da questo spettacolo e ci chiediamo quale sia l’origine (forse sovrannaturale) di una bellezza così disarmante.
Infine, durante il nostro breve viaggio alla ricerca di questa forza misteriosa, incontriamo il poeta tedesco Schiller con il suo trattato intitolato “Del Sublime”. Secondo lui, esistono due geni (che a me ricordano un po’ una versione doppia del daimon socratico) che ci accompagnano lungo la nostra esistenza terrena e guidano le nostre scelte estetiche ed etiche: il primo di queste due entità è il sentimento del Bello. Tale sentimento guida le nostre scelte estetiche verso gli oggetti belli; si tratta però di un criterio di bellezza che fa riferimento esclusivamente alla percezione sensoriale e quindi non va oltre l’esistenza terrena. Invece, il secondo genio è il sentimento del Sublime, mediante il quale noi riusciamo a contemplare una bellezza che va oltre l’appagamento sensoriale. In questo caso, il Sublime è generato da un’armonia tra la sofferenza e la serenità, tra l’inquietudine e la quiete. Si tratta di un sentimento silenzioso, ma costante e duraturo, inesorabile come lo scorrere incessante della corrente di un fiume che conduce al mare infinito.
Personalmente, io mi sono innamorata di questo concetto dalla prima volta che lo studiai. L’uomo teme la natura e si sente inferiore a essa. Dunque fa di tutto per soverchiarla fino a raggiungere la presunzione di essere diventato a lei superiore, e si comporta con prepotenza. Adesso, i danni che abbiamo provocato stanno avendo i loro effetti anche su di noi. Di sicuro, se l’uomo considera se stesso come un’entità separata dalla natura e si comporta come sta facendo adesso, dimostra tutta la sua inferiorità e brutalità; ci vorrebbe più impegno, amore e riconoscenza verso Colei che invece non ci delude mai.

Un bacio a tutti! 🙂 

Luna nascente sul mare, Caspar David Friedrich

Salve! 

Questa sera analizzeremo un dipinto molto bello di Caspar David Friedrich, pittore tedesco e grande esponente del romanticismo. Il titolo è “Luna nascente sul mare”. Vediamo precisamente di quale si tratta: 

Questo quadro risale al 1822, le sue dimensioni sono 55×71 centimetri ed è ubicato presso la Nationalgalerie di Berlino. 

Esso presenta un paesaggio piuttosto cupo: degli scogli, il mare e un cielo dai colori scuri. Su questi scogli siedono tre persone di spalle (elemento molto ricorrente nelle opere di Friedrich) che guardano dritto dinanzi a loro verso il mare in cui sono presenti due velieri; in lontananza vi è la luna che sta per sorgere. Come potete vedere, i colori sono quasi spenti: prevalgono il grigio, il marrone, il nero e il violetto delle montagne. L’unica parte più illuminata è quella della luna bianca con intorno una sorta di rosato e arancione.  

Le tre figure osservano degli spazi illimitati e questa è una concezione fortemente legata alla corrente romantica che si può esprimere con il termine tedesco “sensucht”, ossia tensione verso qualcosa di irraggiungibile. Secondo l’artista il mare e la natura sono due elementi che l’uomo non smette mai di contemplare e con i quali cerca un’unione. Ciò lo riprende da Kant il quale aveva operato una distinzione tra fenomeno e noumeno ritenendo il fenomeno realtà come unica apparenza che l’uomo è in grado di percepire. Il mare, il cielo e gli scogli divengono un tutt’uno, si fondono. Si riescono a distinguere solo le tre persone e le due navi. I critici hanno interpretato tale quadro come una meditazione allegorica sulla morte e sul destino dell’uomo, dovuto anche alle vele delle navi leggermente abbassate che starebbero a indicare una seconda navigazione che guida l’uomo da una vita terrena a una spirituale. La luna che prevale quasi sull’oscurità simboleggia la luce e dunque rappresenta Dio; le tre figure potrebbero rappresentare le tre virtù teologali ovvero fede, speranza e carità. Tra l’altro sono piuttosto piccole e questo indica un altro fattore importante, cioè la fragilità dell’uomo dinanzi alla morte e al non essere in grado di capire i misteri dell’eternità. La religione è molto presente nei dipinti di Friedrich e spesso vi è proprio Gesù. Il fatto di creare dei paesaggi cupi e notturni lo riprende dal poeta Novalis, dal panteismo naturalistico del filosofo Spinoza e dal concetto del sublime di Kant. Un altro esempio di paesaggio cupo e, oserei dire, anche sconfinato è “Il viandante sul mare di nebbia”, altrettanto stupendo. Sembra quasi che il viandante stia riflettendo, è qualcosa che si percepisce. 

Ad ogni modo, nelle sue opere vi sono caratteristiche che si possono riscontrare nel romanticismo, ad esempio il tormento interiore, il classico “Stürm und drang”, tempesta e impeto, movimento culturale che va dal 1765 al 1785. 

 Personalmente, insieme al “Viandate sul mare di nebbia”, credo che questo sia uno dei dipinti migliori di Friedrich in cui è possibile leggere la vera essenza del romanticismo. La prima volta che l’ho visto su un libro di scuola, contrariamente al suo significato, mi ha trasmesso pace poiché ho avuto l’impressione che queste tre figure guardino in lontananza con la speranza accesa nel proprio cuore, come se stessero attendendo qualcosa di bello e inaspettato. Chiaramente potrei anche sbagliarmi ma è ciò che ho sentito al primo sguardo. 

Prima di lasciarvi, voglio farvi una proposta: nel caso in cui vogliate sapere il significato di un’opera d’arte in particolare o semplicemente l’analisi, sentitevi liberi di chiederlo, se vi va! Potete scrivermelo qui nei commenti e può trattarsi di una scultura, di un dipinto o anche qualche di monumento. Qualunque cosa vogliate sapere. Ve lo sto dicendo perché voglio coinvolgervi ulteriormente, per instaurare un dialogo con voi e per condividere maggiormente. Nel caso in cui non vogliate, continueremo a fare come fin’ora.

Un abbraccio a tutti! 🙂

Voci precedenti più vecchie