“Il cappotto” e “Il treno ha fischiato”: analogie e messaggio 

Buonasera! 

Oggi vorrei parlarvi di due bellissimi racconti e vedere quali sono le analogie e il messaggio che entrambi vogliono comunicarci. Il primo è “Il cappotto” di Nicolaj Vasil’Evič Gogol’, scrittore ucraino, che appartiene alla raccolta “I racconti di Pietroburgo” del 1842 e il secondo è “Il treno ha fischiato” del nostro caro Luigi Pirandello il quale è contenuto nella raccolta “Novelle per un anno” del 1914. Per prima cosa, esporrò la trama di entrambe le opere.

Il racconto narra di Akakij Akakievič Bašmačkin, un impiegato d’ufficio la cui mansione è quella di ricopiare carte varie. È un uomo molto preciso e semplice, conduce una vita monotona e non è sposato, bensì vive con una anziana padrona di casa. A lavoro viene deriso dai colleghi per il suo carattere riservato, per il suo aspetto e per il suo cappotto ormai logoro dal momento che lo indossa da molti anni; di fatti questo cappotto viene ironicamente chiamato “vestaglia”. I colleghi hanno delle mansioni di grado maggiore e dunque si sentono superiori. 

Un giorno, il protagonista rendendosi conto di quanto il suo cappotto fosse vecchio, si rivolge a un sarto di fiducia sperando che possa essere riparato ma l’uomo non gli dà alcuna speranza affermando che deve necessariamente comprarne uno nuovo. Akakij Akakievič rimane basito soprattutto per il fatto che non ha il denaro per farlo. Fortunatamente, riesce a rimediare dei soldi a lavoro più altri che da tempo aveva messo da parte. Così si reca a scegliere la stoffa con il sarto e in poco tempo ha un cappotto nuovo di zecca. Non appena lo indossa, tutti a lavoro si mostrano in modo diverso nei suoi confronti, non lo deridono più e inoltre lo invitano ad una sorta di festicciola per festeggiare questo nuovo acquisto! Fatto sta che al rientro a casa dalla festa, mentre l’uomo è per strada, viene aggredito da alcuni uomini che gli strappano via il cappotto lasciandolo per terra sulla neve. Da qui in poi non dirò più nulla perché non voglio svelarvi il finale ma ci tengo a fare una precisazione visto che probabilmente vi chiederete perché un cappotto abbia tutta questa importanza. Ebbene, a Pietroburgo le temperature erano molto rigide e dunque coprirsi e ripararsi dal gelo era qualcosa di indispensabile. 

La novella narra di Belluca, un computista totalmente assorbito dal lavoro e non solo. Una notte, non riuscendo a dormire, sente da fuori il fischio di un treno che lo invita a riflettere su tutto ciò che si è perso nella sua vita e di quanto in realtà il mondo là fuori fosse vasto e ricco di bellezza. Così il giorno seguente a lavoro non fa nulla se non pensare al fischio di tale treno e iniziare a viaggiare con la fantasia. Il capo-ufficio entra per chiedere lui cosa ha fatto ma lo vede allegro e per di più con nonchalance gli risponde che non ha fatto niente per tutto il tempo. Il capo-ufficio s’infuria, inizia a urlargli contro e naturalmente ciò fa accorrere anche gli altri colleghi che iniziano a deriderlo. Tutti lo credono matto e per questa ragione lo portano presso un ospizio per matti. La voce narrante spiegherà poi a tutta questa gente che lui ha parlato con il povero Belluca e che quest’ultimo gli ha raccontato ogni cosa, il modo in cui ha “vissuto” la sua esistenza e dunque lo giustifica. 

Belluca, di fatti, vive una situazione abbastanza difficile poiché in casa ha tre donne cieche ossia la moglie, la suocera e la sorella della suocera. E in più le due figlie vedove, una con tre figli e l’altra con quattro. Chiaramente il personaggio è stressato psicologicamente a causa delle troppe bocche da sfamare e delle loro lamentele. 

Perfetto, ora concentriamoci sulle analogie e sul significato di ambedue. Innanzitutto direi che le analogie evidenti sono il fatto che entrambi gli uomini sono impiegati, che pensano solamente al lavoro e che vengono derisi dai colleghi di grado più alto. Entrambe le figure, da come ci vengono descritte, suscitano compassione, tenerezza e comprensione. Tra l’altro, oltre a essere derisi quasi non vengono considerati poiché sono dei semplici impiegati, senza dubbio “inferiori” a loro. A mio parere, sia Gogol’ che Pirandello vogliono darci due messaggi fondamentali: il primo è che non bisogna mai farsi beffe degli altri, per coloro che fanno un lavoro più umile e quindi di non sentirsi superiore perché in realtà non è il lavoro a rendere superiore una persona bensì la bontà d’animo, la generosità, l’umiltà, appunto; il secondo è che non bisogna lasciare che il lavoro s’impossessi totalmente della nostra persona perché siamo umani. Sicuramente il lavoro è importante, aiuta a guadagnare per avere del cibo e una casa in cui vivere ma non esiste solamente questo. Ci sono così tante cose belle che non dovremmo perderci per nulla al mondo poiché la vita è solamente una ed è adesso, mentre stiamo parlando. Ovviamente ci sono delle eccezioni perché non tutti possono permettersi determinate cose e allora in quel caso è bene non scoraggiarsi, cercare di migliorare sempre più e accorgersi che le vere ricchezze sono ben altre, ad esempio avere al proprio fianco le persone che si amano. Non è il denaro a rendere superiore una persona: se non vi è sensibilità nel suo cuore ma solamente la voglia di accumulare sempre soldi, allora è una persona vuota. Paradossalmente, i più poveri sono i più ricchi perché possiedono la ricchezza nella propria anima.

Gogol’ e Pirandello ci invitano a riflettere su questi due aspetti fondamentali della vita, che non dovrebbero essere affatto trascurati. Un invito a godere della propria vita per scoprire elementi che possano arricchire e rinnovare il nostro spirito poiché magari potremmo accorgecene troppo tardi e pentirci in seguito e a non cercare di prevaricare il prossimo solo perché superbamente si crede di essere superiori grazie a un grado maggiore dal punto di vista lavorativo, di non deridere gli altri ma anzi cercare di andar loro incontro per quanto ci sia possibile. La vita non va sprecata e aiutare è il gesto d’amore più bello che si possa compiere. 

Altre due cose che saltano all’occhio sono inoltre il fatto che secondo certe persone che credono di essere migliori (questo è un chiaro abuso di potere) una persona umile debba ottenere qualcosa che la faccia omologare per potersi approcciare a loro e godere della loro compagnia (ad esempio quando nel racconto di Gogol’ il personaggio non viene più deriso non appena indossa il nuovo cappotto ma che addirittura gli viene proposto di andare ad una festa in onore del nuovo capo d’abbigliamento) e il fatto che vi è la tendenza a etichettare e a non prestare ascolto (come nel caso di Belluca che viene subito giudicato matto dai colleghi e a cui non viene data la possibilità di spiegare tutto). 

Ho apprezzato tantissimo entrambi i racconti e mi hanno trasmesso tristezza per la condizione dei personaggi ma anche gratitudine e riconoscenza nei confronti dei due autori che hanno fatto appello a questi temi importanti che molto spesso vengono dimenticati. 

Un bacio a tutti! 🙂 

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2 commenti (+aggiungi il tuo?)

  1. Vincenzo
    Lug 08, 2017 @ 11:35:46

    li ho letti entrambi: il cappotto tanto tempo fa, quello di Pirandello più di recente… quest’ultimo mi era piaciuto parecchio…
    il primo l’ho citato due giorni fa nel post che ho dedicato al personaggio di Fantozzi, perché a mio avviso il protagonista de Il cappotto è uno degli antesignani di questo personaggio che oggi è sulla bocca di tutti a causa della scomparsa del suo ideatore e interprete…
    ovviamente in una versione ottocentesca, adattata ai tempi…
    ciao

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  2. Stefano
    Lug 09, 2017 @ 16:53:44

    La bellezza di molti scrittori che pur non essendo impiegati,cioè non vivono la realtà lavorativa impiegatizia la raccontano come se la conoscessero da sempre,mettendone in luce gli aspetti più logori che si annidano dentro una normale pubblica amministrazione.Geniali,mai capito come hanno fatto. Lo stesso dicasi per Villaggio nel creare l’impiegato Fantozzi,anche lui deriso dai suoi superiori e che non ha la forza del riscatto. Bye! 🙂 Bel post.

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