“Canto notturno di un pastore errante dell’Asia”, Giacomo Leopardi e “L’arte di essere fragili”, Alessandro D’Avenia

Buonasera! Oggi analizzeremo una delle più belle composizioni di Giacomo Leopardi, come avrete capito dal titolo dell’articolo. Di seguito il testo:  

“Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai,

Silenziosa luna?

Sorgi la sera, e vai,

Contemplando i deserti; indi ti posi.

Ancor non sei tu paga

Di riandare i sempiterni calli?

Ancor non prendi a schivo, ancor sei vaga

Di mirar queste valli?

Somiglia alla tua vita

La vita del pastore.

Sorge in sul primo albore

Move la greggia oltre pel campo, e vede

Greggi, fontane ed erbe;

Poi stanco si riposa in su la sera:

Altro mai non ispera.

Dimmi, o luna: a che vale

Al pastor la sua vita,

La vostra vita a voi? dimmi: ove tende

Questo vagar mio breve,

Il tuo corso immortale?

Vecchierel bianco, infermo,
Mezzo vestito e scalzo,

Con gravissimo fascio in su le spalle,

Per montagna e per valle,

Per sassi acuti, ed alta rena, e fratte,

Al vento, alla tempesta, e quando avvampa

L’ora, e quando poi gela,

Corre via, corre, anela,

Varca torrenti e stagni,

Cade, risorge, e più e più s’affretta,

Senza posa o ristoro,

Lacero, sanguinoso; infin ch’arriva

Colà dove la via

E dove il tanto affaticar fu volto:

Abisso orrido, immenso,

Ov’ei precipitando, il tutto obblia.

Vergine luna, tale

E’ la vita mortale.

Nasce l’uomo a fatica,
Ed è rischio di morte il nascimento.

Prova pena e tormento

Per prima cosa; e in sul principio stesso

La madre e il genitore

Il prende a consolar dell’esser nato.

Poi che crescendo viene,

L’uno e l’altro il sostiene, e via pur sempre

Con atti e con parole

Studiasi fargli core,

E consolarlo dell’umano stato:

Altro ufficio più grato

Non si fa da parenti alla lor prole.

Ma perchè dare al sole,

Perchè reggere in vita

Chi poi di quella consolar convenga?

Se la vita è sventura,

Perchè da noi si dura?

Intatta luna, tale

E’ lo stato mortale.

Ma tu mortal non sei,

E forse del mio dir poco ti cale.

Pur tu, solinga, eterna peregrina,
Che sì pensosa sei, tu forse intendi,

Questo viver terreno,

Il patir nostro, il sospirar, che sia;

Che sia questo morir, questo supremo

Scolorar del sembiante,

E perir dalla terra, e venir meno

Ad ogni usata, amante compagnia.

E tu certo comprendi

Il perchè delle cose, e vedi il frutto

Del mattin, della sera,

Del tacito, infinito andar del tempo.

Tu sai, tu certo, a qual suo dolce amore

Rida la primavera,

A chi giovi l’ardore, e che procacci

Il verno co’ suoi ghiacci.

Mille cose sai tu, mille discopri,

Che son celate al semplice pastore.

Spesso quand’io ti miro

Star così muta in sul deserto piano,

Che, in suo giro lontano, al ciel confina;

Ovver con la mia greggia

Seguirmi viaggiando a mano a mano;

E quando miro in cielo arder le stelle;

Dico fra me pensando:

A che tante facelle?

Che fa l’aria infinita, e quel profondo

Infinito Seren? che vuol dir questa

Solitudine immensa? ed io che sono?

Così meco ragiono: e della stanza

Smisurata e superba,

E dell’innumerabile famiglia;

Poi di tanto adoprar, di tanti moti

D’ogni celeste, ogni terrena cosa,

Girando senza posa,

Per tornar sempre là donde son mosse;

Uso alcuno, alcun frutto

Indovinar non so. Ma tu per certo,

Giovinetta immortal, conosci il tutto.

Questo io conosco e sento,

Che degli eterni giri,

Che dell’esser mio frale,

Qualche bene o contento

Avrà fors’altri; a me la vita è male.

O greggia mia che posi, oh te beata,
Che la miseria tua, credo, non sai!

Quanta invidia ti porto!

Non sol perchè d’affanno

Quasi libera vai;

Ch’ogni stento, ogni danno,

Ogni estremo timor subito scordi;

Ma più perchè giammai tedio non provi.

Quando tu siedi all’ombra, sovra l’erbe,

Tu se’ queta e contenta;

E gran parte dell’anno

Senza noia consumi in quello stato.

Ed io pur seggo sovra l’erbe, all’ombra,

E un fastidio m’ingombra

La mente, ed uno spron quasi mi punge

Sì che, sedendo, più che mai son lunge

Da trovar pace o loco.

E pur nulla non bramo,

E non ho fino a qui cagion di pianto.

Quel che tu goda o quanto,

Non so già dir; ma fortunata sei.

Ed io godo ancor poco,

O greggia mia, nè di ciò sol mi lagno.

Se tu parlar sapessi, io chiederei:

Dimmi: perchè giacendo

A bell’agio, ozioso,

S’appaga ogni animale;

Me, s’io giaccio in riposo, il tedio assale?

Forse s’avess’io l’ale
Da volar su le nubi,

E noverar le stelle ad una ad una,

O come il tuono errar di giogo in giogo,

Più felice sarei, dolce mia greggia,

Più felice sarei, candida luna.

O forse erra dal vero,

Mirando all’altrui sorte, il mio pensiero:

Forse in qual forma, in quale

Stato che sia, dentro covile o cuna,

E’ funesto a chi nasce il dì natale.”

Esso è un canto che Leopardi compose a Recanati tra il 1829 e il 1830 ed è formato da settenari ed endecasillabi. 

Ma concentriamoci sul significato. Possiamo benissimo percepire il famoso pessimismo che caratterizza l’autore. Una uomo, un pastore appunto, si rivolge alla luna, la interroga quasi. Le domanda come si svolgono le sue giornate, quando si posa  sul deserto, per poi affermare che la vita di un pastore è per certi versi simile a quella della luna. Di fatti, il pastore si alza all’alba, si occupa del gregge e vede boschi, fontane e quando sorge la sera, è il momento di riposare. Il pastore si chiede tra l’altro a cosa valga la sua vita così come quella della luna, almeno inizialmente. Dopo riflette maggiormente su questo aspetto e ne deduce che in realtà è la vita della luna ad essere migliore, così come quella di tutti gli altri esseri viventi poiché gli uomini sono destinati inevitabilmente al patimento, alla sofferenza, magari anche alla povertà e al duro lavoro e infine alla morte. Proprio per tale ragione la definisce una vita “mortale”. Mentre la luna è destinata sempre a brillare su nel cielo senza fine. Il pastore si chiede perfino per quale ragione il suo gregge stando steso sull’erba si goda la quiete, mentre lui venga assalito dalla noia. Molto significativa la frase finale in cui dice che in qualunque forma, in qualunque stato si trovi, è funesto colui che nasce. 

Come di consueto, in questi versi è possibile leggere il dolore del poeta che ha radici molto profonde: le condizioni di salute, le sventure in amore e semplicemente il fatto stesso di essere destinato a morire. Il pessimismo è molto forte. Leopardi è il mio personaggio preferito del panorama letterario poiché ha una dolcezza e una sensibilità smisurate, nonostante la sua disperazione. Riesce comunque a trasmettere piacevolezza nelle sue composizioni quando le si leggono ed è in grado di trasportare in un’altra dimensione. Inoltre, credo che lui debba essere un esempio per tutti quanti: nonostante le cattive condizioni di salute, non ha mai smesso di sognare e di scrivere, scrivere, scrivere. Lo fece fino al momento prima di andar via per sempre, quando scrisse “La ginestra”. Senza nulla togliere a tutte le altre grandi personalità del mondo letterario, penso che a Leopardi si dovrebbe dare molta più attenzione nelle scuole: far leggere molte più composizioni o perfino alcuni pezzi dello Zibaldone, il diario dell’autore. Bisognerebbe coinvolgere di più gli studenti affinché lo possano apprezzare perché purtroppo molti lo considerano semplicemente un pessimista esagerato che pensa solamente alla morte. No, non è così, è molto di più. Per fortuna, ad accorgersi di tutto ciò è stato lo scrittore e insegnante palermitano Alessandro D’Avenia con il suo ultimo romanzo ‘L’arte di essere fragili” che trovo eccezionale, profondo e nel quale ha riportato proprio la copia di una pagina dello Zibaldone, con la calligrafia di Leopardi, vi è perfino la data. Questo è un elemento piuttosto suggestivo e originale, e indica quanto Alessandro D’avenia tenesse particolarmente al tema trattato. Un romanzo che fa capire diverse cose e che va letto; è stato molto apprezzato. Bellissima anche la copertina, devo dire: 

Vedete? Addirittura “Come Leopardi può salvarti la vita”. Tutti dovrebbero cominciare a pensarla in questo modo, etichettare meno e immergersi davvero nelle righe di Leopardi per capire ciò che voleva comunicarci, i valori più importanti che dobbiamo sempre ricordare e quanto in realtà lui fosse legato alla vita e quanto la amasse, sebbene appaia l’opposto.  

Un abbraccio a tutti! 🙂 

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