Venere: da Botticelli a Manet

Buogiorno! 

Stavolta vi propongo un confronto fra tre opere bellissime. Mi riferisco a “La nascita di Venere” di Botticelli, “Venere di Urbino” di Tiziano e “Olympia” di Manet. Per quanto riguarda quest’ultima, vedremo che non si tratta di una vera e propria Venere. Ma andiamo con ordine. Innanzitutto, la descrizione di ciascun quadro e poi il confronto.

“La nascita di Venere” risale al 1482-1485 circa, le dimensioni sono 172×278 centimetri, la tecnica utilizzata è la tempera su tela ed è ubicata presso la Galleria degli Uffizi di Firenze. 

Così come “Primavera”, questo dipinto è di una bellezza incredibile. In realtà, più che la nascita di Venere raffigurerebbe l’approdo di Venere presso l’isola di Cipro e, come potete notare, viene accolta sulla sinistra da Zefiro il quale scalda la dea con il suo soffio ed è affiancato da una figura femminile che si presume possa essere la ninfa Clori; sulla destra viene accolta da una delle Ore, delle figure mitologiche greche, la quale porge a Venere un mantello decorato con fiori al fine di proteggerla. Ella rappresenta l’ancella di Venere e indossa un abito molto raffinato, decorato con altrettanti fiori e in seta.  Venere si trova al centro su di una conchiglia, nuda nella classica posa della Venus pudica, ossia con una mano adagiata sul seno e l’altra sul pube, ha una lunga chioma dorata e il suo corpo è tornito e privo di asperità. Qui la dea con la sua nudità non simboleggia l’esaltazione della bellezza femminile, bensì ci si concentra di più sul concetto di humanitas e Venere indica la purezza e la nobiltà d’animo. Il fatto che non ci si concentri molto sulla bellezza, lo si può evincere da un’attenta osservazione dei dettagli: di fatti, se guardate bene, il collo è piuttosto lungo, le spalle sono spioventi e i piedi non sembrano affatto femminili. Dunque, se ci soffermiamo, non potremmo dire che Venere sia realmente bella. Tuttavia Botticelli ha trascurato appositamente i dettagli, curandosi più che altro della visione d’insieme. Nel complesso allora diremo che Venere è bellissima ed era proprio questo ciò a cui il pittore mirava. Anche il paesaggio sullo sfondo è incantevole con quell’acqua azzurrina e le foglie degli alberi sul lato destro. 

La “Venere di Urbino” risale al 1538, le sue dimensioni sono 119×165 centimetri, la tecnica utilizzata è olio su tela ed è anch’essa ubicata presso la Galleria degli Uffizi di Firenze. 

Il dipinto fu commissionato dal duca di Urbino Guidobaldo II della Rovere il quale cercava di sollecitare il suo agente a Venezia al fine di acquistare un nudo di Tiziano. Il duca, tra l’altro, aveva perfino chiesto del denaro alla madre Eleonora Gonzaga a tale scopo ma quest’ultima, molto pudica, si rifiutò di aiutare il figlio. Dunque Guidobaldo disse che avrebbe pagato il dipinto a qualunque costo ed effettivamente qualche mese dopo riuscì ad ottenere il quadro. Vi starete chiedendo la ragione per cui il duca volesse assolutamente un nudo del pittore: ebbene, pare che in seguito a motivi politici egli avesse sposato Giulia da Varano la quale allora era piuttosto giovane e restia ad abbandonarsi in intimità al marito e quindi Guidobaldo sperava che grazie a questo dipinto, la moglie potesse mettere da parte le sue inibizioni. La cosa fa molto sorridere! 

Il quadro raffigura Venere stesa su un letto mentre poggia la testa e il braccio destro sui cuscini dietro di sé e si può notare che il materasso è doppio avvolto da un rosso tessuto. La mano sinistra è adagiata sul pube (simbolo della Venus pudica come dicevamo prima), mentre la destra tiene delle rose rosse e ne lascia cadere qualcuna sul letto. Le rosse rosse sono i fiori sacri alla dea e indicano la caducità del tempo: nonostante la bellezza, anch’essa è destinata a sfiorire ed è dunque bene concentrarsi su dei valori più solidi e duratori, ad esempio la fedeltà. A simboleggiare quest’ultima è, di fatti, il cagnolino che si trova ai piedi della donna e più precisamente indica che ella deve essere sensuale ma solo per il suo sposo. Venere indossa un bracciale d’oro, un anello al mignolo e un orecchino di perla bianco a forma di goccia, simbolo di purezza. La sua chioma è lunga e dorata, avvolta in una treccia e le ricade morbida sulla spalla destra. L’ambiente è quindi una camera e sullo sfondo notiamo due ancelle: una sta rovistando dentro a un baule per cercare un abito da far indossare alla dea, mentre l’altra la fissa in piedi e sulla spalla ha un abito probabilmente appena trovato. La luce va da sinistra verso destra e possiamo vedere che è proiettata sulla seconda fanciulla. Accanto vi è una finestra da cui si può intravedere un crepuscolo. 

Lo sguardo di Venere è a metà tra l’invito e il pudore e i suoi occhi sono puntati verso l’osservatore in modo deciso, noncurante della sua nudità.  

Olympia” risale al 1863, le sue dimensioni sono 130,5×190 centimetri, la tecnica utilizzata è olio su tela ed è ubicata presso il Museo D’Orsay di Parigi. 

Il quadro raffigura Olympia stesa su un letto con il braccio destro poggiato sul cuscino e la mano sinistra sul pube, così come nella “Venere di Urbino”. In questo caso però non abbiamo di fronte una Venere, bensì una prostituta e ciò emerge da più fattori. Innanzitutto dal nome che era molto comune tra le prostitute parigine a quell’epoca, in secondo luogo il fiore rosa che le orna i capelli, i suoi sandali e il nastrino nero che porta al collo. Il suo corpo, a differenza della Venere di Botticelli e della Venere di Tiziano, è sodo e non sinuoso. La stanza è piuttosto in penombra e al suo fianco vi è una donna di colore che le porge un colorato mazzo di fiori, probabilmente regalatole da parte di un uomo che è solito “farle visita”. La donna di colore era piuttosto ricorrente in quest’ambito, dunque quello delle prostitute. Altro elemento importante è il gatto nero che si trova ai piedi di Olympia, in posizione dritta e con gli occhi puntati verso l’osservatore proprio come la donna. Il gatto è simbolo dell’imprevedibilità e indica l’esaltazione dell’amore mercenario. Come ho affermato prima, Olympia ha lo sguardo puntato verso l’osservatore ed è impassibile, indifferente, priva di vergogna e la sua testa è dritta. Il suo sguardo è quasi capace di mettere in imbarazzo. 

Ora passiamo al confronto. Direi che le differenze sono varie! 

Nella Venere di Botticelli riscontriamo la nobiltà d’animo e la semplicità; nonostante la Venere di Urbino simboleggi la fedeltà nei confronti del proprio sposo, è evidente una maggiore carica erotica e ciò è senz’altro dovuto alla posizione assunta dalla donna, dallo sguardo. In lei non vi è nulla di divino, a differenza della Venere di Botticelli che sprigiona vera e propria purezza divina sebbene sia nuda. Le analogie sono la lunga chioma e le sinuose forme del corpo. L’ambientazione è totalmente diversa. 

Per quel che riguarda l’Olympia di Manet, essa si discosta sicuramente dalla Venere di Botticelli, in ogni singolo dettaglio. Di fatti, Manet trae ispirazione dalla Venere di Tiziano e dalla Maja desnuda di Francisco Goya, altro nudo molto importante. Manet ha l’intento di rovesciare completamente i tratti classici, specie in riferimento a Tiziano, per creare un’opera che si adatti maggiormente alla contemporaneità. E ci riesce benissimo! Prima di tutto non dipinge una Venere, bensì una prostituta; la adorna di oggetti diversi ben lontani dalla purezza; sostituisce le due ancelle con la donna di colore e il cagnolino con il gatto nero. La postura è dritta, cosa che non notiamo nella Venere di Urbino. Il suo corpo è sodo poiché si tratta di una prostituta che deve concedersi, che deve vendere se stessa. La carica erotica di Olympia è senza dubbio maggiore rispetto alla Venere di Tiziano e, naturalmente, tale dipinto suscitò molto scalpore all’epoca a causa della schiettezza e del chiaro messaggio che la donna vuole comunicare, ma fu anche apprezzato. 

Personalmente credo che siano tutti e tre magnifici, sono dei nudi belli e significativi. Manet ha sicuramente attuato un ribaltamento della figura femminile ma trovo che lo abbia fatto in modo impeccabile, nonostante io preferisca la Venere di Botticelli e la Venere di Tiziano. 

Mi ha molto colpito in Manet la presenza della donna di colore perché mi ha fatto pensare a un possibile atteggiamento di superiorità nei confronti delle persone dalla pelle nera e fa effetto osservare ciò perfino all’interno di un dipinto. 

Per quanto riguarda la struttura fisica, è chiaro che un tempo i canoni erano abbastanza diversi: si prediligevano dei corpi formosi, non spigolosi poiché erano simbolo di fertilità oltre ad apparire più belli all’occhio dell’uomo. Mentre già in Olympia si possono individuare dei cambiamenti in questo senso: vi sarete accorti che il ventre è più scolpito e che non vi sono rotondità. A mio parere, sono entrambi dei bei modelli anche se personalmente preferisco il modello riportato da Manet. Ma questo è solo un mio pensiero anche perché ci sono donne molto belle pur non avendo una perfetta forma fisica e non c’è assolutamente nulla di male, anzi. 

A prescindere dalla forma fisica, trovo che il corpo femminile sia stupendo e gradevole da osservare sia per l’uomo che per la donna e credo che questo lo pensiamo tutte quante! I tre artisti sono riusciti perfettamente a rappresentare la donna con i suoi pregi e i suoi difetti e sono del parere che la bravura stia proprio in questo, in particolar modo. 

Un abbraccio a tutti! 🙂 

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3 commenti (+aggiungi il tuo?)

  1. conletizia
    Ago 29, 2017 @ 10:04:27

    Perfettamente d’accordo con te, Giulia. Il talento di un artista – pittore, scultore, scrittore – consiste nel presentare la persona al centro della sua opera com’è in realtà, con pregi, difetti, mai completamente buona nè completamente cattiva. In questo modo ognuno di noi può riconoscersi quando vi si trova davanti.

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  2. Antonio
    Ago 30, 2017 @ 19:00:13

    molto interessante questo blog dove si respira Cultura (un termine che oggi sfugge a molti)….
    complimenti!

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