Giuditta decapita Oloferne e L’incredulità di San Tommaso di Caravaggio

Buongiorno!

In occasione del compleanno di Caravaggio che è stato ieri, voglio rendere omaggio a questo grande artista analizzando con voi due dei suoi quadri più famosi, ossia “Giuditta decapita Oloferne” e “L’incredulità di San Tommaso”.

“Giuditta decapita Oloferne” risale al 1599 circa, le sue dimensioni sono 145×195 centimetri, la tecnica utilizzata è olio su tela ed è ubicato presso la Galleria Nazionale di Palazzo Barberini a Roma.

Prima di descriverlo, cerchiamo di capire chi erano Giuditta e Oloferne. Caravaggio ha voluto ritrarre un momento in particolare che possiamo riscontrare nella Bibbia, nel “Libro di Giuditta”. Quest’ultima era una ricca vedova ebrea, la quale intendeva salvare il suo popolo dall’assedio del re Oloferne. Una notte, la donna si agghindò e si recò presso Oloferne in compagnia di una serva, fingendo di dover tradire la sua gente e dunque di consegnarla al re. Lui la invitò al suo banchetto e dopo essersi ubriacato, Giuditta aspettò il momento opportuno per ucciderlo e lo fece decapitandolo con due colpi di scimitarra. Successivamente pose la testa del nemico all’interno della cesta delle vivande. Poi tornò vittoriosa presso il suo popolo. Giuditta appare come la metafora della virtù e della devozione a Dio.

A quanto pare, il dipinto è stato commissionato a Caravaggio da Ottavio Costa a Roma. Si pensa ciò poiché nel corso del restauro avvenuto nel 1999 si potè notare sul retro della tela le iniziali “c.o.c” che furono tradotte come “collezione Ottavio Costa”. Inoltre, sono state viste anche delle incisioni sul braccio destro di Giuditta e vicino al tendaggio che il pittore aveva tracciato con il manico del pennello. Faceva ciò per fissare la posizione dei modelli nel momento in cui venivano ritratti durante la posa. La modella di Giuditta è probabilmente Fillide Melandroni, a quanto pare un’amica di Caravaggio. Come potete vedere, lo sfondo è scuro, buio a eccezione di un panneggio rosso che si trova dietro Oloferne. Quest’ultimo assume una smorfia di orrore e di paura, mentre Giuditta, a giudicare dalla sua espressione, sembra piuttosto decisa in ciò che sta facendo; la testa non si è ancora staccata dal busto e vi è un abbondante fiotto di sangue che sgorga dal collo dell’uomo. Abbiamo un contrasto di luci e ombre e anche il contrasto tra il bellissimo profilo di Giuditta e quello rugoso dell’anziana signora che assiste alla macabra scena. Grazie alla profondità psicologica di Giuditta, tale episodio è stato interpretato come metafora della virtù sul male, come rappresentazione della Chiesa (Giuditta) che vince sull’eresia o come ispirato da un fatto di cronaca nera verificatosi a Roma nel 1599, ovvero la decapitazione di una fanciulla di nome Beatrice Cenci, accusata di aver ucciso il padre.

“L’incredulità di San Tommaso” risale al 1600-1601, le dimensioni sono 107×146 centimetri, la tecnica utilizzata è anche qui olio su tela ed è ubicato presso la Bildergalerie di Potsdam, in Germania.

Grazie a varie fonti, si pensa che il quadro fu commissionato a Caravaggio dal banchiere Vincenzo Giustiniani e, difatti, il dipinto apparve poi nell’inventario della collezione Giustiniani. Il dipinto era stato impostato da Giustiniani sopra ad una porta cosicché chiunque entrasse potesse ammirarlo dal basso.

La scena del quadro è tratta dal vangelo di San Giovanni, secondo cui appunto Gesù, una volta risorto, era apparso agli apostoli in carne e ossa ma San Tommaso non era presente e quando gli fu riferito non vi credette. Affermò, difatti, che avrebbe creduto a ciò solamente se fosse riuscito a mettere un dito nella piaga del costato di Gesù. Dopo otto giorni, Cristo apparve nuovamente agli occhi degli apostoli, stavolta anche in presenza di San Tommaso, e disse a quest’ultimo: “Metti qui il tuo sito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!” (Gv. 20,19-31).

Caravaggio operò un’inquadratura di tre quarti in cui vi sono disposti i quattro personaggi su uno sfondo totalmente nero. Ciò permette all’osservatore di porre la sua attenzione al profilo di San Tommaso, mentre la luce illumina il costato, il profilo e la fronte di Gesù. Tra l’altro tale inquadratura permette anche di concentrare l’attenzione sull’atteggiamento e l’espressione dubbiosi di San Tommaso il quale pone la testa verso il basso e che viene rassicurato da Cristo che pone invece il capo verso l’alto. Vi è poi una disposizione a croce composta dalle quattro teste e una a triangolo composta dagli sguardi che consentono all’osservatore di immergersi ulteriormente nella scena a livello emotivo. A completare l’opera vi sono altri due elementi: l’intersecarsi di due assi principali, ovvero quello orizzontale formato dal braccio di Tommaso e dalle mani di Gesù e quello verticale che passa dalla testa dei due apostoli e prosegue su quella di Tommaso; un arco formato dalle schiene di Cristo e di San Tommaso. Il tutto viene messo in risalto da una luce proveniente da sinistra che indica la luce della rivelazione e illumina le fronti corrugate degli apostoli, le quali indicano il dubbio e lo stupore, e la carne viva di Gesù.

Insomma, possiamo dire che Caravaggio creò due opere di grande spessore artistico. Personalmente, tra i due, preferisco quest’ultimo dipinto, senza dubbio anche per la scena riprodotta ma in entrambi vedo degli elementi che li arricchiscono, ad esempio il gioco di luci e ombre che rende il tutto più chiaro e che ci pone a un contatto diretto con i personaggi che li ritraggono e con le vicende. Che dire, buon compleanno al grande Caravaggio anche se in ritardo di un giorno!

Un abbraccio a tutti! 🙂

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Il flusso di coscienza di Molly in “Ulysses” di James Joyce

Buonasera! Molti di voi avranno sicuramente letto o sentito parlare di “Ulysses” dello scrittore irlandese James Joyce, risalente al 1922. Il romanzo è diviso in diciotto capitoli ma ciò che più stupisce e affascina è il modo in cui è stato scritto, tanto che lo stesso Joyce ha affermato di aver avuto difficoltà nella stesura degli ultimi capitoli! Eh sì, perché a tratti risulta quasi “sconnesso” ed è stata proprio questa la bravura dell’autore. È riuscito a superare quelle “difficoltà” mentre lo scriveva tirando fuori un’opera bellissima. Ma vorrei concentrarmi con voi sul capitolo conclusivo che è molto suggestivo e particolare, a mio parere. Ecco il testo:

Sì perché prima non ha mai fatto una cosa del genere chiedere la colazione a letto con due uova / da quando eravamo all’albergo City Arms / quando faceva finta di star male con la voce da sofferente e faceva il pascià per rendersi interessante con Mrs Riordan vecchia befana e lui credeva d’essere nelle sue grazie e lei non ci lasciò un baiocco / tutte messe per sé e per l’anima sua spilorcia maledetta / aveva paura di tirar fuori quattro soldi per lo spirito da ardere / mi raccontava di tutti i suoi mali / aveva la mania di far sempre i soliti discorsi di politica e i terremoti e la fine del mondo / divertiamoci prima Dio ci scampi e liberi tutti / se tutte le donne fossero come lei a sputar fuoco contro i costumi da bagno e le scollature che nessuno avrebbe voluto vedere addosso a lei / si capisce dico che era pia / perché nessun uomo si è mai voltato a guardarla / spero di non diventar come lei / miracolo che non voleva ci si scoprisse la faccia ma certo era una donna colta / e quelle buggerate su Mr Riordan qua e Mr Riordan / io dico è stato felice di levarsela di torno / e il suo cane che mi odorava la pelliccia e cercava d’infilarmisi tra le sottane specialmente quando / eppure questo mi piace in lui così gentile con le vecchie e i camerieri e anche i poveri / non è orgoglioso di nulla proprio / ma non sempre / ma / se mai gli capita qualcosa di grave / è meglio che vadano all’ospedale dove tutto è pulito / ma / io dico mi ci vorrebbe un mese per cacciarglielo in testa / sì e poi ci sarebbe subito un’infermiera tra i piedi e lui ci metterebbe le radici finché non lo buttan fuori o una monaca forse / come quella di quella fotografia schifosa che ha / che è una monaca come lo sono io / sì perché sono casi deboli e piagnucolosi / quando son malati / ci vuole una donna per farli guarire / se gli sanguina il naso / c’è da credere che sia un dramma in piena regola e quell’aria da moribondo /scendendo dalla circolare sud / quando s’era slogata una caviglia alla festa della corale di Monte pan di zucchero /il giorno che avevo quel vestito Mss Stack gli portò i fiori /i peggio che aveva trovato appassiti in fondo al paniere /cosa non avrebbe fatto per entrare in camera di un uomo con quella voce da zitella cercava di immaginarsi che stesse morendo per amor suo / non più mai rivederti /benché avesse l’aria più da uomo con la barba un po’ lunga / a letto papà era lo stesso e poi non mi andava di fasciarlo e dargli pozioni / quando si tagliò il dito del piede col rasoio a spuntarsi i calli / paura d’un avvelenamento del sangue / ma se fossi io per esempio ad ammalarmi / allora vorrei vedere un po’ solo che la donna lo nasconde / si capisce / per non dare tante seccature come loro / sì ha fatto qualcosa in qualche posto / me ne accorgo dall’appetito / comunque non è amore / sennò non mangerebbe per pensare a lei / così o è stata una di quelle nottambule / se è davvero laggiù che è stato / e quella storia dell’albergo / ha inventato un sacco di bugie per nascondere i suoi maneggi / è statoHynes a trattenermi / chi ho incontrato / ah sì ho incontrato / te lo ricordi Menton / e chi altri / guardiamo un po’ / quella faccia da bambinone l’ho visto e lui che non era sposato da molto a fare il pollo con una ragazzina alMyriorama di Poole / e gli ho voltato le spalle / quando lui se la svignava con l’aria colpevole / poco male / ma ha avuto la faccia tosta di farmi la corte / una volta ben gli sta / bocca irresistibile e occhi sporgenti / di tutti gli imbecilli che ho trovato e lo chiaman procuratore / c’è che io non posso soffrire i battibecchi a letto / o se non è questo magari qualche puttanella o roba simile raccattata vattelapesca dove o pescata di nascosto / se lo conoscessero come lo conosco io [… ]eravamo stesi tra i rododendri sul promontorio di Howthcon quel suo vestito di tweedl grigio e la paglietta / il giorno che gli feci fare la dichiarazione / sì prima gli passai in bocca quel pezzetto di biscotti all’anice / e era un anno bisestile come ora sì 16 anni fa / Dio mio dopo quel bacio così lungo non avevo più fiato / sì disse che ero un fior di montagna / sì siamo tutti fiori / allora un corpo di donna / sì è stata una delle poche cose giuste che ha detto in vita sua / e il sole splende per te oggi / sì perciò mi piacque / sì perché vidi che capiva o almeno sentiva cos’è una donna / e io sapevo che me lo sarei rigirato come volevo / e gli detti quanto più piacere potevo per portarlo a quel punto / finché non mi chiese di dir di sì / e io dapprincipio non volevo rispondere /guardavo solo in giro il cielo e il mare / pensavo a tante cose che lui non sapeva / di Mulveyl e Mr Stanhope eHester e papà e il vecchio capitano Groves / e i marinai che giocavano al piattello e alla cavallina come dicevan loro sul molo / e la sentinella davanti alla casa del governatore con quella cosa attorno all’elmetto bianco /povero diavolo mezzo arrostito / e le ragazze spagnole che ridevano nei loro scialli / e quei pettini alti / e le aste la mattina i Greci e gli ebrei e gli Arabi e il diavolo chi sa altro da tutte le parti d’Europa / e Duke street e il mercato del pollame / un gran pigolio davanti a Larby Sharonl / e i poveri ciuchini che inciampavano mezzi addormentati / e gli uomini avvolti nei loro mantelli / addormentati all’ombra sugli scalini / e le grandi ruote dei carri dei tori /e il vecchio castello vecchio di mill’anni / sì e quei bei Mori tutti in bianco / e turbanti come re / che ti chiedevano di metterti a sedere in quei loro buchi di botteghe / e Ronda con le vecchie finestre delle posadas /fulgidi occhi celava l’inferriata / perché il suo amante baciasse le sbarre / e le gargotte mezzo aperte la notte /e le nacchere / e la notte che perdemmo il battello ad Algesiras / il sereno che faceva il suo giro con la sua lampada / e Oh quel pauroso torrente laggiù in fondo / Oh e il mare / il mare qualche volta cremisi come il fuoco / e gli splendidi tramonti / e i fichi nei giardini dell’Alameda / e tutte quelle stradine curiose / e le case rosa e azzurre e gialle / e i roseti e i gelsomini e i geranii e i cactus / e Gibilterra da ragazza dov’ero un Fior di montagna / sì quando mi misi la rosa nei capelli / come facevano le ragazze andaluse / o ne porterò una rossa / / e come mi baciò sotto il muro moresco / e io pensavo be’ lui ne vale un altro / e poi gli chiesi con gli occhi di chiedere ancora / sì allora mi chiese se io volevo / sì dire di sì / mio fior di montagna / e per prima cosa gli misi le braccia intorno / sì e me lo tirai addosso / in modo che mi potesse sentire il petto tutto profumato / sì e il suo cuore batteva come impazzito / e sì dissi / sì voglio / sì.”

Questo è un flusso di coscienza. Facciamo una distinzione fondamentale tra flusso di coscienza e monologo interiore: il flusso di coscienza (in inglese “stream of consciousness”) sono i pensieri disordinati che si affollano nella nostra mente, mentre il monologo interiore è qualcosa di più ordinato, ogni singolo pensiero ha un inizio e una fine. Qui a “parlare” è Molly Bloom, la moglie del protagonista, Leopold Bloom. Riflette su diversi eventi che hanno avuto luogo nel corso della sua vita e cos’è la prima cosa che salta all’occhio? Il fatto che il tutto è privo di punteggiatura e che i pensieri sono totalmente scollegati fra loro, da un pensiero si passa a un altro. Joyce è riuscito perfettamente a riprodurre il flusso di coscienza. Una tecnica eccezionale. Adesso possiamo comprendere le difficoltà di cui parlava l’autore per quanto riguarda la scrittura degli ultimi capitoli. Tra l’altro, possiamo riscontrare il flusso di coscienza anche nel terzo capitolo del romanzo. Ma credo che quest’ultimo capitolo sia più bello e anche dolce poiché verso le ultime righe Molly ripensa a quando Leopold le fece la proposta di matrimonio e possiamo notare quanto sia ricorrente la parola “sì” perfino laddove non avrebbe alcun senso. Favolosa la frase finale in cui afferma “sì voglio sì”. La trovo veramente tenera. Questo flusso di coscienza mi ha colpito subito, fin dal primo istante in cui l’ho letto sul mio libro di inglese al liceo. E voi cosa ne pensate?

Un bacio a tutti! 🙂

La tragedia secondo Aristotele

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Buonasera!

Voglio parlarvi di un argomento molto bello, ossia la tragedia e nello specifico vedere cosa Aristotele pensasse a riguardo. Il pensiero del filosofo in merito alla tragedia possiamo riscontrarlo ne “La poetica”, un’opera appartenente agli scritti della maturità e alle scienze poietiche che si occupano delle arti belle. In origine erano due libri ma purtroppo ci è pervenuta solo la prima parte e, tra l’altro, è andata perduta la parte in cui si concentra sulla commedia. L’argomento centrale è l’arte (imitazione della realtà), il quale è un modo per conoscere la realtà. Secondo Aristotele, la tragedia è la più alta forma d’arte con cui si rappresentano le passioni.

Egli per definire la tragedia disse testuali parole: “Tragedia è dunque imitazione seria e compiuta, avente una propria grandezza, con parola ornata, distintamente per ciascun elemento delle sue parti, di persone che agiscono e non tramite una narrazione, la quale per mezzo di pietà e paura porta a compimento la depurazione di siffatte emozioni”.

Il realizzarsi di una tragedia, che per Aristotele raggiunge la piena maturità con Eschilo, coincide con il realizzarsi della forma più completa e più potente di poesia (tragedia attica del II secolo). Dalla definizione si ricavano le sei parti di essa, ossia: il carattere, il pensiero e il racconto. Il filosofo intende per carattere ciò secondo cui affermiamo che chi agisce ha una sua qualità, per pensiero tutto ciò con cui parlando si dimostra qualcosa o si esprime un giudizio, per racconto la composizione dei fatti. Inoltre definisce anche il linguaggio che corrisponderebbe secondo lui alla composizione dei versi. Ad ogni modo, rimane sempre il racconto la parte più importante.

La tragedia deve possedere tre unità per manifestare l’ordine e l’armonia e dunque la bellezza del racconto. Tali unità sono:

  1. Unità di tempo (deve svolgersi in un solo giorno);
  2. Unità di luogo (deve verificarsi presso un solo luogo);
  3. Unità di visione (deve avere un unico tema).

Per Aristotele i personaggi agiscono sulla scena e non narrano, dev’essere l’azione a dire tutto ciò che serve (deve suscitare pietà e orrore); l’azione deve essere equilibrata per quantità (nè troppo lunga nè troppo corta). I personaggi, inoltre, non sono individui ma simboli che rappresentano qualità, passioni, aspetti dell’esistenza, eccetera.

La tragedia non riguarda vicende che sono accadute ma che possono accadere; gli spettatori vi si possono identificare, trascendere in essa degli insegnamenti morali. Essa suscita timore e pietà nello spettatore e nel lettore: timore per ciò che gli potrebbe succedere e pietà per colui a cui è accaduto qualcosa di terribile. Il protagonista soccombe non perchè è malvagio ma perchè non ha una chiara conoscenza delle conseguenze del proprio agire in relazione a quello degli altri uomini.

I personaggi sono persone comuni che vengono coinvolti in una vicenda di lacerazione e di sofferenze irrisolvibili, a causa di errori di valutazione che tutti potrebbero commettere e a causa di comprensione della realtà.

Il pensiero di Aristotele è piuttosto chiaro e lineare ed io sono d’accordo ma solo in parte poichè credo che tutte le forme d’arte siano favolose allo stesso modo. Quando avevo quindici anni, al secondo anno di liceo (dal momento che ho frequentato il liceo classico), ho avuto l’opportunità di assistere con la scuola alle tragedie greche che vengono rappresentate a Siracusa proprio all’anfiteatro, come venivano messe in scena un tempo ed è a dir poco emozionante. Si riesce a partecipare allo stato d’animo degli attori e a percepirlo perchè sembrano così veri. Tra l’altro, nel panorama greco ci sono delle tragedie spettacolari come quelle di Eschilo, di Sofocle o di Euripide. Ricordo di averne visto due, cioè “Filottete” di Sofocle e “Andromaca” di Euripide. Le trovo eccezionali. Purtroppo ho assistito solamente quell’anno alla rappresentazione delle tragedie ma, se fosse per me, parteciperei tutti gli anni perchè ne vale veramente la pena. Poi sarà anche perchè io amo il teatro in genere, da sempre. Le tragedie sono belle proprio perchè vogliono trasmettere un messaggio ed è così in tutte quante; non esiste una tragedia priva di insegnamento morale e questo, a mio parere, è uno dei fattori più importanti. Vi lascio con qualche foto delle rappresentazioni a Sicuracusa affinchè possiate vederne la bellezza; non a caso ogni anno arrivano persone da ogni parte del mondo per assistervi.

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Un abbraccio a tutti! 🙂

Settembre

(Fonte foto: pagina Facebook “Wildest dreams”)

“Una fresca brezza inizia a percepirsi nell’aria;
Il profumo d’inverno penetra le narici e un uomo seduto a un bar sorseggia la sua tazza di thè fumante mentre osserva il mondo lì fuori dalla vetrata;
La pioggia scende lenta ma incessante e il cielo diviene grigio;
Di sera i monumenti appaiono sotto una luce differente, profonda, magica;
Le foglie cominciano pian piano a salutare i loro fratelli rami e le si ritrova lungo i marciapiedi, secche ma belle;
La cattedrale imponente, il viale cosparso di lampioni dalla fioca luminosità che sfiora la gente;
Due giovani innamorati si apprestano a passeggiare mentre intrecciano le loro mani e sorridono felici;
Una nuova atmosfera, meravigliosa, è l’arrivo della bella stagione;
Benvenuto Settembre: a te che dai inizio a una nuova realtà e che scaldi il cuore e riempi l’anima”.

Giulia

Amore e Psiche, Antonio Canova

Buon pomeriggio!

Oggi porremo attenzione a una delle sculture più celebri e amate di tutti i tempi, ovvero “Amore e Psiche” di Antonio Canova appartenente al Neoclassicismo.

Prima di descrivere l’opera, torniamo indietro per un istante. Forse molti di voi non sanno a quale scena fece riferimento Canova. Chi sono Amore e Psiche? Perché si stanno scambiando questo tenero abbraccio? Ebbene, la scena è tratta da un’opera latina molto importante che risale al II secolo d.C. di Lucio Apuleio il cui titolo è “Le metamorfosi” o “L’asino d’oro”. È l’unico romanzo in lingua latina che ci è pervenuto interamente oggi e parla sostanzialmente di magia. Un uomo di nome Lucio, in seguito ad un esperimento non riuscito, si trasforma in un asino. All’interno del romanzo vi sono delle digressioni talvolta anche lunghe e una di queste è la favola di Amore e Psiche. La favola narra di Psiche, figlia di un re e di una regina, una fanciulla bellissima come una dea; tutti giungono al suo cospetto per ammirarla, la voce si diffonde e ciò suscita l’invidia della dea Venere, la bellezza per eccellenza. Ella non riesce a sopportare che una mortale possa essere paragonata a una dea per il suo aspetto, quindi incarica il figlio Amore di scagliare una freccia contro l’uomo più sventurato cosicché possa sposare Psiche e placare finalmente ogni fervore. Tuttavia accade che Amore stesso s’innamora della giovane, si uniscono in intimità ma lui le pone una condizione, ossia di non guardarlo mai in volto. Lei obbedisce ma, in seguito, a causa dell’insistenza delle due sorelle riguardo al fatto di svelare l’aspetto del marito, Psiche compie un gesto che le viene appunto suggerito dalle sorelle che in realtà sono perfide e tramano alle sue spalle. Dal momento che Amore si dilegua al mattino e torna nel cuore della notte, lei lo attende e quando lui si addormenta, ella afferra una lampada a olio e si accosta al giovane Dio. Non appena vede il suo aspetto, ne rimane incantata ma purtroppo una goccia di olio cade su di lui e quest’ultimo si desta. Infuriato fugge via per punirla e afferma di non tornare mai più. Successivamente, Venere adirata in quanto scopre che suo figlio si è innamorato di Psiche e che lei lo ha ferito anche se involontariamente, decide di vendicarsi e la sottopone a delle prove. Una di queste è scendere negli inferi per raggiungere Proserpina e chiederle di dare un po’ di bellezza divina per Venere. Proserpina consegna a Psiche una scatola ben sigillata che non avrebbe dovuto aprire ma lei, incuriosita e desiderosa di avere un briciolo di divina bellezza, apre la scatola scoprendo che in realtà non contiene nulla se non un profondo sonno che la colpisce immediatamente. Poi Amore le viene in aiuto, svegliandola con un bacio ed è esattamente questa la scena che Canova ha voluto immortalare. Concludendo, la favola termina a lieto fine poiché i due riescono a convolare a nozze e Psiche viene resa immortale così da poter stare con Amore senza alcun ostacolo.

La scultura è stata creata tra il 1787 e il 1793, le dimensioni sono 155×168 centimetri, il materiale utilizzato è il marmo bianco di Carrara ed è ubicata presso il Museo del Louvre di Parigi.

Vi furono due versioni della scultura. La prima (1787-1793) andò nelle mani di Gioacchino Murat e adesso si trova appunto a Parigi; la seconda, risalente al 1796, fu commissionata a Canova da parte del principe russo Yussupoff e adesso si trova presso l’Ermitage di San Pietroburgo. Tra l’altro gli fu commissionata mentre stava ancora realizzando la prima.

Psiche giace su una roccia avvolta da un panneggio, mentre Amore scende su di lei con le ali ancora spiegate. Lui le cinge i seni e le solleva la testa, mentre lei gli cinge il capo e le loro labbra stanno quasi per unirsi. I loro visi sono incorniciati dalle rispettive braccia formando una catena. Lo spazio che divide i loro volti è il punto nodale attorno al quale Canova organizzò l’intera raffigurazione. Psiche sembra quasi che stia scivolando sul panneggio che la protegge dalla roccia trascinando con sé il suo amato ma allo stesso tempo pare venga portata da Amore verso il cielo, in quanto quest’ultimo si adagia appena appena sul suolo. Un elemento importante che Canova ha voluto evidenziare è la sospensione del vuoto, proiettando la scultura maggiormente verso le estremità in modo da lasciare al centro solamente i visi dei due personaggi i quali si trovano all’interno di una nicchia ideale rappresentata dalle loro braccia incatenate.

La statua è stata progettata per essere ammirata da ogni angolazione. Canova creava gli abbozzi in creta per poi trasformarli in gesso; dopo, i collaboratori lavoravano il blocco di marmo cercando di rimuovere l’abbozzo e portando quasi a compimento la scultura. A quel punto interveniva lo scultore. In tali fasi Canova lavorava con delle raspe da lui inventate per dar volume ai panneggi, espressioni ai volti e poi faceva lucidare le superfici con pomice più fine per raggiungere la delicatezza dell’alabastro che talvolta metteva in risalto stendendo dei sottili strati di cera per eliminare l’eccessivo “pallore” del marmo.

Un’opera davvero eccezionale e, a mio parere, ricca di spunti di riflessione facendo riferimento anche alla favola. Innanzitutto, una possibile interpretazione, potrebbe essere che la curiosità, la voglia di conoscere non sempre è qualcosa di positivo perché Psiche, volendo scoprire il volto di Amore, viene punita e quasi lo perde. In secondo luogo, un’altra interpretazione potrebbe essere quella di una purificazione, di una catarsi; poiché Psiche è andata incontro alla perdita di Amore, è necessario che intraprenda un cammino (le prove a cui viene sottoposta) per riacquisire la saggezza e rendersi conto di ciò che ha fatto. Un po’ come noi perché Dio ci sottopone ogni giorno a delle prove per vedere se siamo in grado o meno di affrontarle, se comprendiamo quanto abbiamo fatto ma soprattutto se sappiamo riconoscerlo mediante tali prove.

Ad ogni modo, “Amore e Psiche” di Antonio Canova è senza ombra di dubbio una delle opere d’arte che vale la pena osservare da vicino e con attenzione, da ogni lato, appunto, per notare la perfezione perfino nei più piccoli dettagli.

Un abbraccio a tutti! 🙂

Platone e le degenerazioni dello Stato

Buonasera! Platone, grande filosofo, oltre a parlarci dell’iperuranio, ci espone la sua teoria in merito allo Stato con le sue classi sociali e, in particolar modo, parla di una “degenerazione”. Scopriamo il motivo. Platone inserisce al primo posto la classe aristocratica il cui privilegio non è basato sul possesso di beni, bensì sul possesso del sapere; egli parla pertanto di un’aristocrazia della mente. Alla classe aristocratica segue quella timocratica (dal greco timé che significa onore) quando sulla ragione prevalgono coloro che per ambizione aspirano agli onori e al potere. Alla classe timocratica segue quella oligarchica il cui governo è affidato ai criteri di censo e il potere è monopolio di pochi ricchi che tendono a instaurare una società di consumi attraverso cui spogliare gli altri dei loro beni. Si passa poi alla democrazia dove i poveri, sciolti da ogni legge, si dividono amministrazione e magistrature con ignoranza. Infine la degenerazione ultima si ha con la tirannide, cioè con l’annullamento dello Stato: gli altri divengono schiavi di uno solo che s’impone con la forza. Il ragionamento di Platone non fa una piega. Adesso non abbiamo la tirannide con il potere nelle mani di una sola persona, bensì nelle mani di più persone. Trovate che sia cambiato qualcosa? Oggi siamo nelle mani di tanti politici il cui unico obiettivo è manipolare, abbindolare con belle parole e guadagnare profumatamente. Un politico guadagna più di un medico che salva delle vite, rendiamoci conto! Sono pagati inutilmente. Promettono un futuro solido ai giovani e non solo ma in realtà non si curano di tutto ciò. L’importante è che siano loro ad avere un lavoro. I poveri non vengono tenuti in considerazione perché la verità è che i ricchi, la maggior parte delle volte, vogliono aiutare solamente quelli come loro. Tra tutti, Renzi ritengo sia uno dei più ridicoli, patetici e falsi. Chissà se un giorno ci saranno dei politici validi. Di sicuro, fin’ora ne abbiamo viste di tutti i colori. Dunque, il pensiero di Platone ha preso vita, come noterete. È tutto vero ed io spero vivamente in un cambiamento, in un futuro prossimo. Non perdiamo mai la speranza, per nessuna cosa. Un bacio a tutti! 😊

“Grande amore” di Ann Brashares e “Oltre le porte del tempo” di Brian Weiss

Salve!

Questa sera vi parlerò di un romanzo bellissimo che ho letto un po’ di tempo fa, credo uno dei più belli che abbia letto. Il titolo è “Grande amore” dell’autrice Ann Brashares. Sapete, questo libro mi è stato regalato al liceo da una mia compagna in occasione del mio compleanno e inizialmente non l’ho letto subito, forse per mancanza di tempo o forse perché non mi convinceva molto. Dopo un po’ di tempo mi ha incuriosito e ho deciso di iniziare a leggerlo. Dalle prime pagine sembrerebbe il classico romanzetto rosa ma andando avanti ci si rende conto che è molto di più di una banalità che possiamo ritrovare su uno scaffale della nostra libreria preferita.

La vicenda ruota attorno a due personaggi, ossia Daniel e Sophia. Questo libro è soprattutto incentrato sulla reincarnazione, un argomento che mi interessa e che sto approfondendo mediante la lettura di un altro libro riguardante l’ipnosi regressiva, di cui parlerò anche in questo articolo, e vi dirò la ragione per cui me ne sto documentando ulteriormente. Ma andiamo con ordine. Prima vi svelerò il succo della trama.

Daniel e Sophia sono morti, si sono reincarnati ma in realtà il loro legame è vivo da tempo perché si amano e si sono incontrati, si sono amati anche nelle loro vite precedenti in ambientazioni diverse, in età diverse. Si riconoscono sempre. A volte lei è una bambina, a volte non possono stare insieme ma si amano in ciascuna vita trascorso. Dapprima Sophia non riconosce Daniel, solo in seguito ciò accadrà ma non voglio rivelarvi altro perché leggerlo è davvero emozionante. Un viaggio nel tempo, nelle vite di queste due persone che non smettono mai di cercarsi e di essere legati. I loro sentimenti sono sempre forti e accesi. Un amore autentico e avvincente. Io vi consiglio vivamente di leggerlo, vi piacerà. Il suggerimento che vi dò è quello di non lasciarvi ingannare dalla “leggerezza” delle prime pagine. Vi cito un pezzetto:

“Ho vissuto più di mille anni. Sono morto infinite volte. Non ricordo precisamente quante. […] Ho visto la bellezza in un’infinità di cose. Mi sono innamorato e lei è l’unica costante. Una volta l’ho uccisa e molte altre sono morto per lei ma non è servito a niente. Ancora la cerco; ancora la ricordo. Conservo la speranza che un giorno anche lei si ricorderà di me”.

Personalmente, leggendo queste righe, ho i brividi. Sto approfondendo ancor di più il tema della reincarnazione e in particolar modo quello dell’ipnosi regressiva perché sono argomenti che mi piacciono e perché sto scrivendo un romanzo che, una volta finito, spero di riuscire a pubblicare. Avevo già scritto un romanzo un po’ di tempo fa ma la verità è che non mi convince abbastanza per pubblicarlo e quindi ho deciso di intraprenderne un altro; stavolta devo dire che mi convince parecchio e che lo sento maggiormente mio rispetto al primo che, comunque, apprezzo pure.

Il libro che sto leggendo come approfondimento è “Oltre le porte del tempo” dello psichiatra Brian Weiss che ammiro e stimo tantissimo e del quale intendo leggere altri libri dal momento che è bravissimo. Con l’ipnosi regressiva è stato in grado di guarire centinaia di pazienti che presentavano disturbi di vario tipo, talvolta perfino determinati tumori. Io prima credevo che l’ipnosi regressiva potesse arrecare traumi ma non è così, anzi. Weiss afferma che essa aiuta ad andare all’origine del problema e di superarlo. L’ipnosi regressiva è in grado di portarci indietro, nelle nostre vite passate (perché non è detto che ne abbiamo vissuto soltanto una) e di sapere chi eravamo, cosa facevamo, se qualcosa ci ha segnati nel profondo e ricollegare alcuni elementi alla nostra esistenza attuale. È importante però affidarsi ad un esperto e non ad un ciarlatano. Secondo Weiss sarebbe addirittura meglio effettuarla da soli anziché affidarsi ad una persona inesperta perché in fondo noi possiamo tranquillamente svegliarci dallo stato ipnotico. Basta aprire gli occhi e saremo in grado di ricordare tutto ciò che abbiamo visto o sentito. Dunque, è un altro libro che vi consiglio vivamente.

Buona serata a tutti! 😊

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